Care amiche, cari amici, buona domenica
Prima di cominciare con la nostra informazione, desideriamo esprimere la nostra vicinanza alle famiglie delle due persone decedute nel tragico incidente alla centrale del Ritom. Un caro abbraccio.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia con l’intelligenza artificiale (IA). Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, è una società americana di intelligenza artificiale fondata nel 2021 e principale concorrente di OpenAI, ha dichiarato che bisognerebbe procedere con maggiore prudenza e rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati di IA, a causa del rischio che sistemi sempre più potenti vengano usati per attacchi informatici, frodi, sorveglianza o altri scopi pericolosi. Anche Sam Altman, cofondatore di OpenAI avrebbe aperto alla possibilità di rallentare la corsa alla sperimentazione se anche gli altri grandi laboratori si muovessero nella stessa direzione. Questo non significa che il boom dell’intelligenza artificiale sia finito, anzi. Gli investimenti restano enormi e la domanda di capacità di calcolo continua a crescere, ma cominciano a vedersi segnali di maggiore prudenza. Nel 2026 le emissioni di debito legate all’IA, in particolare ai data center (grandi centri di computer molto potenti), hanno già raggiunto circa 500 miliardi di dollari (410 miliardi CHF), ma i finanziatori guardano con più attenzione ai rischi: ritardi nei progetti, costi dell’energia, accesso alla rete elettrica, permessi, opposizioni locali ai data center e ritorni economici che sono ancora da dimostrare. È successo anche nel Regno Unito dove OpenAI ha messo in pausa un importante progetto di data center, proprio a causa dei costi energetici e dell’incertezza regolatoria. Non stiamo parlando di un rallentamento generale, quanto piuttosto dell’inizio di una fase più selettiva. I capitali continuano ad arrivare, ma non tutti i progetti verranno finanziati allo stesso modo e non tutti i Paesi riusciranno ad attirare gli investimenti necessari. L’intelligenza artificiale resta una delle grandi trasformazioni economiche del nostro tempo, ma sta già mostrando che senza energia disponibile, infrastrutture adeguate, regole chiare e modelli di business sostenibili, anche la tecnologia più promettente può trovare dei limiti.
Limiti con cui deve fare i conti anche l’Unione Europea, che si dovrà confrontare con una riforma degli appalti pubblici. Dietro all’obiettivo dichiarato della semplificazione, la novità più importante è la possibilità di introdurre criteri di preferenza europea, favorendo in alcuni casi operatori e prodotti dell’Unione o limitando l’accesso di imprese di Paesi terzi. Come già fatto in precedenza da Stati Uniti e Cina, le ragioni citate per impedire la concorrenza estera sono sempre le stesse: sicurezza economica, dipendenze strategiche o mancanza di reciprocità. È un cambio di politica non da poco. Per anni l’Unione Europea ha rimproverato proprio a Stati Uniti e Cina di usare appalti pubblici, sussidi e politica industriale per proteggere le proprie imprese e orientare il mercato. Ora anche lei sembra riconoscere che la fiducia nella concorrenza aperta e nel prezzo più basso è stata troppo grande. Dopo aver predicato per anni la concorrenza a ogni costo, il mercato libero e una transizione regolata dall’alto, l’Europa sembra scoprire che comprare europeo, difendere filiere strategiche e lasciare spazio a più soluzioni tecnologiche possono essere scelte di buon senso. Quando una scelta economica e industriale viene guidata più dall’obiettivo politico che dalla realtà produttiva, tecnologica e sociale, si rischia di distruggere interi settori industriali in nome di un’ideologia. Proprio come nel caso dell’automobile. Dopo aver indicato per anni nel 2035 l’abbandono della vendita di nuove automobili a combustione, l’Europa ha dovuto riaprire il dibattito quanto meno su neutralità tecnologica, e-fuels (carburanti sintetici prodotti non dal petrolio), biocarburanti e ibridi. Ma forse è troppo tardi.
E in effetti, i dati sembrano confermare questa visione. Secondo l’Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA), nel 2025 l’Unione europea ha importato dalla Cina più di 1,1 milioni di nuovi veicoli, per un valore di 15,1 miliardi di euro (circa 14,1 miliardi di franchi); tra questi, le automobili costruite in Cina sono state poco più di un milione, per un valore di 13,7 miliardi di euro (circa 12,8 miliardi di franchi). La pressione è continuata anche nel 2026: nel primo semestre le immatricolazioni di auto nuove nell’Unione europea sono cresciute del 5,7% e le elettriche a batteria hanno raggiunto il 20,7% del mercato. Non siamo quindi davanti a un settore senza domanda, ma a un problema industriale: una parte crescente della domanda, soprattutto nell’elettrico, viene intercettata da produttori cinesi o da automobili prodotte in Cina. Dall’altra parte, la produzione europea mostra segni di fatica. Nel 2024, secondo ACEA, la produzione di automobili nell’Unione europea è scesa a 11,5 milioni di unità, circa 750’000 in meno rispetto all’anno precedente, e resta ancora molto sotto i livelli precedenti alla pandemia. Il rischio è che valore aggiunto, fabbriche, competenze e occupazione si spostino altrove. Volkswagen è il caso più visibile di questa difficoltà. Reuters (agenzia di stampa internazionale specializzata anche in notizie economiche e finanziarie) ha scritto che il gruppo vuole ridurre la capacità produttiva da 10 a 9 milioni di veicoli l’anno e affrontare una ristrutturazione che, secondo fonti citate dall’agenzia, potrebbe riguardare fino a 100’000 posti di lavoro. Il caso più impressionante è quello di Osnabrück, dove la produzione automobilistica dovrebbe terminare nel 2027 e lo stabilimento potrebbe essere trasformato in un sito legato alla produzione per la difesa. Una fabbrica nata per produrre automobili potrebbe quindi passare a componenti per la difesa aerea: un’immagine molto concreta della crisi industriale europea, stretta tra concorrenza globale, transizione tecnologica e nuove esigenze di sicurezza.
Chiudiamo con l’articolo della settimana, che riprende un’intervista realizzata da Carla Colmegna, che ringraziamo. In “Valore, lavoro e scelte – L’economia aiuta a crescere” parliamo dell’importanza di insegnare l’educazione finanziaria già ai bambini, partendo soprattutto dal valore del denaro legato al lavoro.
Trovate qui gli articoli della settimana
Valore, lavoro e scelte – L’economia aiuta a crescere
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















