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Care amiche, cari amici, buona domenica!
Come da molti previsto, l’attacco degli Stati Uniti all’Iran è avvenuto. Speriamo che i conflitti in atto possano concludersi quanto prima.
P.S. la settimana scorsa avevamo erroneamente sbagliato il numero della newsletter, ora correggiamo: siamo alla 195esima!
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia inizia con la notizia che il Ministero della Digitalizzazione danese ha deciso di dire addio ai software di Microsoft per passare a Linux e LibreOffice. Entro la fine del 2025, tutti i computer passeranno a software open source (cioè software la cui programmazione è disponibile pubblicamente permettendone l’utilizzo, l’analisi e la modifica, spesso senza costi). Concretamente, quindi, la pubblica amministrazione della Danimarca dice addio a Windows e Office 365 per utilizzare, tra gli altri, un programma sviluppato in Europa dalla fondazione no-profit tedesca Document Foundation. La motivazione ufficiale è quella di rafforzare la “sovranità digitale”. In parole semplici: non dipendere più da pochi giganti americani che gestiscono dati, servizi, aggiornamenti e che, volendo, possono sospenderli in qualsiasi momento. C’è poi la questione dei costi: le licenze software pesano sui bilanci pubblici e adottare strumenti gratuiti e open source è anche un modo per razionalizzare la spesa. Non da ultimo, la questione del controllo: con il software open source il codice è accessibile, modificabile, verificabile. La Danimarca, come altri Paesi europei, guarda con crescente prudenza all’influenza statunitense nel digitale, soprattutto in un contesto geopolitico fragile. In Olanda, per esempio, il Parlamento ha approvato lo sviluppo di un cloud europeo, svincolato da Amazon, Google e Microsoft. Questa decisione non riguarda solo la tecnologia, ma anche la politica, l’economia e l’indipendenza. Ovviamente, il percorso non è privo di ostacoli. Convertire sistemi, formare personale, garantire la compatibilità dei documenti sono sfide concrete. Ma il segnale è chiaro: l’Europa comincia a chiedersi chi ha le chiavi della sua infrastruttura digitale. Vedremo se sarà in grado di uscire dalla dipendenza della Silicon Valley oppure se sarà costretta a fare retromarcia.
Una retromarcia che l’Unione europea potrebbe fare sulla Green Claims Directive, uno strumento proposto dalla Commissione europea nel 2023 per difendere i consumatori e premiare chi davvero investe nel verde. L’idea alla base della direttiva è semplice: le aziende che fanno affermazioni ambientali devono dimostrarle con dati scientifici e verifiche indipendenti. Slogan come “carbon neutral”, “prodotto sostenibile” o “amico della natura” non sarebbero più bastati da soli. Ogni dichiarazione avrebbe richiesto prove, tracciabilità e trasparenza, con regole comuni in tutta l’Unione. Un tentativo di mettere ordine nella giungla delle etichette green, spesso autoreferenziali e poco attendibili. Ora però la Commissione europea ha fatto sapere che sta valutando il ritiro della proposta. La ragione è molto semplice, per quanto giustificata: troppa complessità, troppo carico amministrativo, troppa burocrazia, soprattutto per le piccole e medie imprese che dovrebbero essere protagoniste della transizione e che magari hanno già meno risorse per affrontare audit, certificazioni e burocrazia europea. Il caso della Green Claims mostra bene uno dei punti deboli del Green Deal, il piano strategico dell’UE per affrontare la crisi climatica e ambientale: un impianto ambizioso, ma spesso scollegato dalla realtà operativa. Regole pensate per proteggere rischiano di soffocare proprio chi dovrebbero aiutare. In questo contesto, ritirare la proposta non è solo una questione tecnica, ma un atto politico. Significa ammettere che non basta annunciare grandi obiettivi ecologici se poi mancano realismo, proporzione e ascolto del tessuto economico. Serve trasparenza, certo. Ma serve anche equilibrio. Se l’Europa vuole davvero guidare la transizione ecologica, non può trasformarla in un percorso a ostacoli fatto sulle spalle dei più poveri.
E usciamo dall’Unione Europea per parlare del nuovo piano da 275 milioni di sterline (303 milioni CHF) del governo di Keir Starmer per rilanciare la formazione tecnica e apprendistati in Inghilterra. L’obiettivo è ridurre il divario crescente tra domanda e offerta di competenze in settori chiave come l’ingegneria, la difesa e l’intelligenza artificiale. I fondi verranno utilizzati per rafforzare le scuole professionali di alto livello, introdurre percorsi formativi brevi in settori strategici (come l’AI applicata all’industria), aggiornare le infrastrutture formative esistenti e incentivare la collaborazione tra centri di formazione e imprese. In pratica: creare migliaia di nuove opportunità di apprendimento tecnico, con un taglio pratico, rapido e direttamente connesso ai bisogni dell’economia reale. Il piano si inserisce nella più ampia strategia industriale britannica, con l’obiettivo di rilanciare la manifattura e di ridurre la dipendenza dalla manodopera straniera, una soluzione a lungo attesa dopo la Brexit. Le criticità non mancano: l’importo su scala nazionale appare una cifra modesta che se distribuita su più anni e settori rischia di generare un impatto limitato, il programma va accompagnato da riforme strutturali più ampie (fiscali, energetiche e burocratiche) e non va sopravvalutata la capacità del sistema formativo di avere abbastanza docenti preparati in tempi brevi. Nonostante ciò, siamo convinti che la direzione dell’investimento nella formazione tecnica sia quella giusta da adottare e speriamo che la Svizzera non rimanga un passo indietro in un campo che una volta era il suo fiore all’occhiello. )Cogliamo l’occasione per fare gli auguri a tutti i neo-diplomati!)
E concludiamo parlando proprio di Svizzera. Nell’articolo “Svizzera: tra oro alle stelle e consumi in stallo” parliamo delle ultime previsioni economiche che restano positive, ma rallentano frenate dall’instabilità geopolitica, delle esportazioni ancora in calo e della decisione della Banca nazionale Svizzera di ridurre il tasso di interesse di riferimento portandolo allo 0%.
Trovate qui gli articoli della settimana
Svizzera: tra oro alle stelle e consumi in stallo
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















