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Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia dando un’occhiata all’economia internazionale e in particolare alle decisioni prese dalle principali banche centrali del mondo. Ma facciamo un passo indietro: le banche centrali hanno risposto ai circa due anni di inflazione che abbiamo vissuto recentemente con una politica monetaria tradizionale, ossia aumentando i tassi di interesse. Passato l’allarme e una volta tornati i prezzi a livelli accettabili, le banche centrali hanno cominciato ad abbassare i tassi anche per contribuire a sostenere l’economia in rallentamento. Ora, fino a prima che cominciasse la guerra in Iran, tutti si aspettavano una decisione al ribasso. Ma le cose in economia cambiano in fretta e quindi, accanto al rallentamento economico, ora gli esperti devono fare i conti con l’aumento del prezzo del petrolio e del gas che potrebbe ripercuotersi su tutta l’economia e quindi trasformarsi in inflazione. Per tutte queste ragioni, le principali banche centrali del mondo hanno deciso di mantenere fermi i tassi di interesse. La Banca Centrale Europea (BCE) al 2%, la Federal Reserve (Fed) al 3-3,75%, la Banca d’Inghilterra (BoE) al 3,75%, la Banca del Giappone (Boj) allo 0,75%. Anche la nostra Banca Nazionale Svizzera (BNS) è rimasta ferma allo 0%. In un certo senso, potremmo dire che il mondo è fermo, ma è fermo perché non si sa dove andrà.
E non sappiamo con certezza nemmeno dove andrà l’economia svizzera nei prossimi anni. Questa settimana sia il KOF (Centro congiunturale di ricerca del politecnico di Zurigo), sia la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) hanno pubblicato le previsioni economiche per il 2026 e per il 2027. Diamo un’occhiata a quelle della SECO che rivede leggermente al ribasso i suoi dati, stimando una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) attorno all’1%. Sul fronte interno, i consumi delle famiglie tengono ma senza slancio, mentre il mercato del lavoro mostra i primi segnali di raffreddamento, con una disoccupazione attesa attorno al 3% nel 2026 prima di un leggero miglioramento l’anno successivo. Gli investimenti mostrano un quadro misto. Dopo una fase debole, soprattutto nel 2025, si intravede una leggera ripresa. Le costruzioni tornano in territorio positivo, ma senza accelerazioni. Gli investimenti in macchinari e attrezzature restano invece prudenti: le imprese esitano, perché vedono domanda incerta e margini sotto pressione. In altre parole, non manca la capacità di investire, ma manca la voglia di rischiare. La spesa pubblica cresce più dei consumi privati. Non è una scelta espansiva forte, ma un effetto di stabilizzazione: lo Stato continua a sostenere l’attività economica, soprattutto in una fase in cui il settore privato rallenta. Questo contribuisce a tenere in piedi la domanda interna, evitando un raffreddamento più marcato. Sul fronte estero, la dinamica è più complessa. Le esportazioni di beni rallentano nettamente, risentendo della debolezza europea e del franco forte. Le esportazioni di servizi tengono meglio, ma senza compensare del tutto. Le importazioni mostrano andamenti irregolari: nel breve calano o ristagnano, segnale che anche la domanda interna non è particolarmente vivace.
Domanda interna che potrebbe essere sostenuta anche dall’arrivo di capitali e da miliardari che sembrano emigrare dagli Emirati Arabi Uniti. Dubai non è più percepita come un rifugio sicuro, almeno per ora. La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti ha cambiato rapidamente il clima nella regione, e questo si riflette subito nei comportamenti dei più ricchi. Non c’è ancora una fuga vera, ma piuttosto una preparazione. I family office (strutture che gestiscono il patrimonio delle grandi famiglie, occupandosi di investimenti, sicurezza e organizzazione della vita finanziaria) e le banche private stanno ricevendo richieste per spostare persone e capitali. I grandi patrimoni si muovono così: prima mettono in sicurezza, poi decidono. Le conseguenze si vedono già. Gli investimenti immobiliari rallentano dopo anni di crescita molto forte e se una parte degli acquirenti internazionali si ferma, i prezzi possono scendere. Anche gli investimenti in generale vengono rimandati: quando l’incertezza sale, nessuno ha fretta di esporsi. E poi c’è la vita quotidiana del lusso: meno super-ricchi in città significa meno spesa in hotel, ristoranti e servizi esclusivi. Il punto più importante però sono i flussi di capitale. Una parte della ricchezza si sta già spostando, o è pronta a farlo, verso piazze percepite come più stabili, come la Svizzera o Singapore. Non è un abbandono totale, è una redistribuzione del rischio. Alla fine, tutto dipende da quanto durerà questa fase. Se la crisi si prolunga, questi spostamenti diventano strutturali. Se si calma, molti torneranno. Per ora il segnale è chiaro: la fiducia si è incrinata. E quando succede, i soldi iniziano a muoversi.
E a muoversi sono i prezzi delle materie prime e il valore delle monete. Di questo e di molto altro abbiamo parlato nel nostro articolo settimanale “Gli effetti concreti della guerra in Iran” pubblicato da L’Osservatore, che ringraziamo.
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Gli effetti concreti della guerra in Iran
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Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















