Care amiche, cari amici, buona domenica!
Tra qualche giorno sarà la feste del papà: a tutti i papà i nostri più cari auguri! E a tutti i figli e le figlie che in questa giornata di festa si sentiranno un po’ più soli, un grandissimo abbraccio.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia cominciamo con una notizia importante che ha trovato poco risalto sulla stampa. Gli Stati Uniti hanno deciso di sospendere temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo. Certo, non le stanno cancellando, ma la deroga temporanea di fatto allenta uno dei pilastri della pressione economica su Mosca. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha autorizzato per circa un mese la vendita e lo scarico di petrolio russo già caricato sulle navi prima del 12 marzo. Tecnicamente si chiama oil stranded at sea: petrolio già in viaggio ma rimasto bloccato dalle restrizioni. La deroga durerà fino all’11 aprile e riguarda solo carichi già partiti, senza toccare formalmente le restrizioni sulla nuova produzione (si stimano circa 100-120 milioni di barili). Il mercato petrolifero è estremamente sensibile a qualsiasi rischio sull’offerta globale. Le tensioni in Medio Oriente, e in particolare i timori per la sicurezza delle rotte nello Stretto di Hormuz, hanno riportato il petrolio sotto pressione. Quando gli operatori temono interruzioni nelle forniture, i prezzi incorporano rapidamente quello che gli economisti chiamano premio per il rischio. Permettere a questi carichi di arrivare a destinazione significa quindi aumentare l’offerta disponibile nel breve periodo. Non cambia la struttura delle sanzioni, ma aiuta a raffreddare il mercato. È uno di quei casi in cui la politica economica si muove su due piani contemporaneamente. Da una parte la pressione geopolitica sulla Russia resta formalmente in piedi. Dall’altra, quando il prezzo dell’energia rischia di salire troppo, i governi intervengono per evitare effetti pesanti su inflazione, consumi e crescita. In altre parole: le sanzioni restano, ma il mercato dell’energia è troppo importante per essere gestito con rigidità assoluta. Ed è anche un promemoria utile per capire come funziona davvero l’economia internazionale: le decisioni politiche non sono mai solo politiche. Prima o poi passano sempre dal prezzo del petrolio.
Petrolio che non basterà a fornirci il quantitativo di energia cui avremo bisogno nei prossimi anni. Ed ecco che il Consiglio degli Stati svizzero ha approvato in questi giorni un controprogetto del governo all’iniziativa “Stop al blackout”. In pratica viene tolto il divieto di autorizzare nuove centrali nucleari, introdotto nel 2017 dopo Fukushima. Non significa che la Svizzera costruirà nuove centrali domani. Significa però che l’opzione nucleare torna disponibile. Il dossier passa ora al Consiglio nazionale svizzero e non è escluso che la questione arrivi di nuovo al voto popolare. Dal punto di vista economico la logica è abbastanza chiara. La domanda di elettricità è destinata a crescere: tra elettrificazione dei trasporti, pompe di calore e nuovi data center, le stime parlano di circa +20% entro il 2035. In questo contesto il governo sostiene che conviene non chiudere nessuna tecnologia a priori. Oggi il nucleare copre ancora circa il 30% dell’elettricità svizzera. La discussione non riguarda quindi una centrale da costruire subito, ma una scelta più semplice: se mantenere o meno un’opzione nel mix energetico futuro. Non è un dibattito solo svizzero. In Europa diversi paesi stanno rivalutando l’energia nucleare nel quadro della transizione energetica. La Francia prepara nuovi reattori, la Svezia prolunga quelli esistenti e punta sui piccoli reattori modulari, mentre la Germania, pur avendo spento le proprie centrali, continua a importare elettricità prodotta anche da nucleare. Anche in questo caso, la questione non è tanto ideologica quanto economica. Quando la domanda cresce e il sistema elettrico diventa più complesso, tenere aperte più opzioni energetiche può diventare una forma di assicurazione.
E cambiamo decisamente tema: parliamo di mancini. I mancini sono una minoranza stabile dell’umanità: circa il 10% della popolazione, una proporzione sorprendentemente costante nel tempo. Se la selezione naturale tende a eliminare ciò che non è utile, viene spontanea la domanda: perché questa caratteristica rara non è mai scomparsa? Una possibile risposta arriva da uno studio pubblicato di recente su Scientific Reports. Analizzando più di 1’100 persone con questionari psicologici standardizzati, gli autori hanno osservato che i mancini mostrano in media livelli più alti di competitività e minore tendenza a evitare situazioni agonistiche. Non significa che tutti i mancini siano competitivi, ma suggerisce una piccola differenza statistica. La spiegazione più interessante arriva però dalla teoria evolutiva dei giochi sviluppata negli anni Settanta dal biologo John Maynard Smith. L’idea è che alcune caratteristiche sopravvivono perché creano un equilibrio tra strategie diverse. La maggioranza della popolazione è destrorsa (usa principalmente la mano destra) perché questo facilita la cooperazione: strumenti, gesti e attività quotidiane funzionano meglio quando tutti usano la stessa mano dominante. Ma una piccola minoranza diversa può avere un vantaggio nelle situazioni competitive. Quando quasi tutti sono destrorsi, i mancini risultano meno prevedibili negli scontri diretti. È anche per questo che negli sport uno contro uno (come tennis o boxe) i mancini sono molto più numerosi tra gli atleti di alto livello rispetto alla loro presenza nella popolazione. Succede anche in economia. Nei sistemi complessi la stabilità nasce spesso dall’equilibrio tra comportamenti diversi: una maggioranza che coopera e mantiene il sistema funzionante e una minoranza che introduce variazioni e rompe gli schemi. Curiosamente alcuni protagonisti della rivoluzione digitale sono mancini, come Bill Gates, fondatore di Microsoft, o Steve Jobs, cofondatore di Apple. Naturalmente la mano dominante non spiega il successo imprenditoriale, ma l’esempio ricorda che le innovazioni arrivano spesso da chi si muove un po’ fuori dallo schema dominante.
E infine chiudiamo con il nostro articolo settimanale in cui abbiamo risposto alla domanda “Benzina, ma quanto ci costi?”. Stoccaggi, collosità dei prezzi, elasticità della domanda: concetti economici che ci spiegano perché i prezzi aumentano in fretta, mentre faticano a scendere.
Trovate qui gli articoli della settimana
Benzina, ma quanto ci costi?
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
Ticino: siamo sempre i più poveri
L’imposizione individuale, specchio di una società che cambia
Lo Stato non può stare a guardare
A Davos seppelliti trent’anni di sicurezze economiche
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Benzina, ma quanto ci costi?
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata
Ticino: siamo sempre i più poveri
L’imposizione individuale, specchio di una società che cambia
Lo Stato non può stare a guardare
In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















