Care amiche, cari amici, buona domenica!
Anche se siamo ormai al termine di questa domenica, voglio mandare i miei auguri a tutte le donne. E oggi il mio pensiero va in modo particolare alle donne iraniane. Donne che non chiedono privilegi, chiedono solo libertà: la libertà di camminare senza paura, di vestirsi come vogliono, di dire quello che pensano, di vivere senza rischiare la prigione, le botte o la morte. La libertà delle donne non è un dettaglio. È la misura della libertà di una società. E io non ho dubbi da che parte stare.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia è un po’ speciale oggi e si concentra sulle donne in economia. Nel mondo l’imprenditoria femminile sta crescendo rapidamente. Secondo i dati della Banca Mondiale e del Global Entrepreneurship Monitor, oggi circa il 30% delle imprese formalmente registrate è guidato da donne. In termini assoluti significa numeri enormi: oltre 160 milioni di donne stanno avviando un’impresa, mentre più di 110 milioni gestiscono già aziende consolidate. Negli ultimi vent’anni il fenomeno è cresciuto molto. All’inizio degli anni Duemila circa il 6% delle donne in età lavorativa era coinvolto in attività imprenditoriali; oggi la quota supera il 10% a livello globale. Il vero problema però non è l’iniziativa imprenditoriale. È l’accesso ai finanziamenti. Secondo la Banca Mondiale circa il 70% delle piccole e medie imprese guidate da donne nei paesi in via di sviluppo non riesce ad ottenere credito in modo adeguato. In altre parole, molte imprese femminili nascono, ma faticano a crescere perché manca il capitale. Questo squilibrio ha anche un costo economico. L’OCSE stima che, se le donne partecipassero all’imprenditoria allo stesso livello degli uomini, nei paesi sviluppati ci sarebbero circa 25 milioni di imprenditrici in più. E c’è un altro elemento interessante: le imprese guidate da donne tendono ad assumere più donne. In media sono circa una volta e mezza più propense ad impiegare lavoratrici rispetto alle imprese guidate da uomini, con effetti importanti sull’occupazione femminile. Il paradosso è evidente. Oggi, in molti paesi, le donne sono mediamente più istruite degli uomini. Ma l’accesso al capitale, alle reti professionali e ai mercati resta più difficile. Per questo molti economisti parlano di “missing entrepreneurs”: milioni di imprenditrici potenziali che l’economia mondiale non riesce ancora a valorizzare. Ridurre questo divario non è solo una questione di equità. È anche una grande occasione di crescita economica.
E a crescere sarebbero le aziende che hanno nei loro vertici la presenza femminile. Negli ultimi anni diversi studi economici, tra cui quello della società di consulenza McKinsey, hanno scoperto che le imprese che si collocano nel gruppo con maggiore presenza femminile nel top management hanno circa il 25% di probabilità in più di ottenere risultati finanziari superiori alla media del settore Perché accade? Gli economisti indicano diversi fattori. Team dirigenti più diversificati tendono a valutare un numero maggiore di opzioni nelle decisioni strategiche e a mettere maggiormente in discussione le scelte prese. Questo riduce il rischio del cosiddetto “pensiero di gruppo”, cioè la tendenza dei gruppi troppo omogenei a confermare automaticamente le proprie idee senza un vero confronto critico. C’è poi la comprensione dei mercati. In molti settori le donne rappresentano oltre la metà dei consumatori, dalle decisioni di acquisto nelle famiglie ai servizi finanziari, alla sanità o all’istruzione. Avere una leadership più diversificata può quindi aiutare le imprese a interpretare meglio la domanda, sviluppare prodotti più adatti e individuare nuove opportunità di mercato. Infine, c’è un fattore organizzativo. Le imprese che promuovono una leadership più inclusiva tendono spesso ad avere processi decisionali più aperti, maggiore attenzione alla gestione dei talenti e una cultura aziendale più attrattiva, elementi che nel lungo periodo possono riflettersi anche sui risultati economici. Naturalmente bisogna essere cauti nell’interpretazione. Non è detto che la presenza femminile sia automaticamente la causa delle migliori performance: può anche darsi che le imprese più dinamiche e innovative siano semplicemente più aperte alla diversità. Ma il dato resta significativo.
Come significativa è la differenza di prezzo dei prodotti destinati alle donne rispetto a quelli equivalenti per gli uomini. Questo fenomeno prende il nome di pink tax, anche se non è una vera tassa nel senso fiscale. Uno degli studi più citati è quello del Dipartimento per i consumatori della città di New York, che ha analizzato centinaia di beni di consumo. Il risultato è stato sorprendente: i prodotti femminili costano in media circa il 7% in più rispetto a quelli maschili. Le differenze sono particolarmente evidenti nei prodotti per la cura personale (rasoi, deodoranti, shampoo o creme) dove il prezzo può essere anche oltre il 10% più alto. Gli esempi non mancano. In alcuni casi il rasoio “per donna” costa più di quello maschile pur essendo praticamente identico, se non per il colore o la confezione. Lo stesso vale per deodoranti o shampoo: la versione femminile, magari con una profumazione diversa o una confezione rosa, può avere un prezzo maggiore rispetto a quella maschile. Anche nel settore dell’abbigliamento e degli accessori emergono differenze simili, con capi o prodotti molto simili venduti a prezzi diversi. In altre parole, a volte cambia solo il marketing, ma il prezzo no. Gli economisti parlano di segmentazione del mercato: le imprese differenziano i prodotti per gruppi di consumatori e applicano prezzi diversi in base alla disponibilità a pagare. In altre parole, non si tratta necessariamente di discriminazione intenzionale, ma di una strategia commerciale. Resta però un fatto interessante: nel corso della vita questa differenza di prezzo può tradursi in una spesa aggiuntiva significativa per molte donne. Il tema è diventato sempre più discusso anche a livello politico. In diversi paesi si è intervenuti per ridurre o eliminare alcune differenze di prezzo, per esempio abolendo l’IVA sui prodotti mestruali. In alcuni Paesi, si è andati oltre decretando la gratuità di questi prodotti che possono essere trovati nelle scuole, nelle università e negli spazi pubblici. La Scozia è stato il primo paese a renderli completamente gratuiti, ma il tema è trattato anche in Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, alcune province del Canada e alcuni Stati americani.
E concludiamo con le notizie su la “Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche”. Nel nostro articolo settimanale abbiamo discusso di cosa sta succedendo al prezzo del petrolio e del gasi, sui mercati azionari, alle valute e ai beni rifugio cercando di trattare anche le possibili conseguenze in termini di prezzi.
Trovate qui gli articoli della settimana
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
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Fare sport aiuta… l’economia!
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















