Care amiche, cari amici, buona domenica!
In questa terza domenica d’Avvento l’attesa del Natale si fa più luminosa. È un buon momento per rallentare un attimo, guardare le cose con serenità e ricordarsi che anche nei passaggi complessi possono nascere soluzioni migliori. Vale per la vita quotidiana, ma vale anche per l’economia, che spesso avanza proprio quando si ritrova equilibrio e concretezza.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia parlando di automobili. Tra il 2022 e il 2023 il Parlamento e il Consiglio dell’Unione Europea avevano deciso che dal 2035 le nuove automobili e i nuovi furgoni avrebbero dovuto ridurre le emissioni di CO₂ del 100%. Il pacchetto, Fit for 55 (insieme di leggi UE per ridurre le emissioni), significava vietare nuove immatricolazioni di benzina e diesel. Un messaggio decisamente forte. Poi sono iniziate le correzioni. Nel 2023 è arrivata la deroga per i carburanti sintetici (e-fuel) fortemente voluta dalla Germania. Nel 2024 e 2025 la pressione politica e industriale è cresciuta. Governi e costruttori hanno messo sul tavolo un dato semplice: la transizione non stava andando come previsto. Costi elevati, infrastrutture incomplete, domanda più debole del previsto, migliaia di posti di lavoro persi. Germania e Italia hanno chiesto di ripensare il progetto. Ed è qui che siamo arrivati oggi. Il divieto del 2035 resta formalmente in piedi, ma la Commissione prepara una revisione che ne cambia la sostanza: obiettivo di riduzione al 90%, più spazio ai motori termici a certe condizioni, possibili proroghe per alcune soluzioni ibride. Il punto però è un altro. Quando le leggi nascono da un impianto ideologico rigido, prima o poi si scontrano con la realtà. L’industria, i consumatori, le infrastrutture non si muovono per decreto. In questi casi, fare un passo indietro non è una sconfitta: è un atto di realismo. Meglio correggere una rotta sbagliata che difendere un dogma mentre il mondo va da un’altra parte.
E di dogma si parla quando si tratta di libero mercato. L’Unione europea (UE) ha approvato un dazio fisso di 3 euro (2.80 CHF) sui mini-pacchi sotto i 150 euro (140 CHF) provenienti da paesi fuori dall’Unione. L’entrata in vigore è prevista dal 1° luglio 2026. Il bersaglio è evidente: il commercio online a bassissimo costo, in particolare quello legato alle grandi piattaforme cinesi. I numeri spiegano il cambio di passo. Nel 2024 nell’UE sono entrati circa 4,6 miliardi di piccoli pacchi. Con il nuovo dazio, gli introiti potenziali supererebbero i 10 miliardi di euro (9,4 miliardi CHF). Il 75% delle entrate andrà al bilancio dell’Unione europea (le cosiddette risorse proprie dell’UE), il 25% ai paesi di ingresso, per coprire i costi di gestione doganale. Sul piano politico, il cambio di approccio è evidente. Quando i dazi vengono proposti dagli Stati Uniti, il protezionismo è subito sotto accusa. Quando invece l’Europa interviene, si parla di riequilibrare la concorrenza. Il punto però è concreto: difendere il mercato interno significa anche difendere posti di lavoro, imprese e filiere produttive che faticano a competere con modelli basati su costi molto più bassi e regole diverse. In questo senso, il dazio sui mini-pacchi non è una crociata ideologica, ma una scelta di tutela economica e sociale.
Quella che invece sembra una vera e propria crociata ideologica è il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi (Ppwr) in cui si discute di escludere dal mercato, dal 2030, le bottiglie che contengono oltre il 30% di materiale considerato “non riciclabile”. Germania e Danimarca spingono per definire non riciclabile il vetro troppo scuro e spesso, quello tipico di prosecco, champagne e vini spumanti. Un criterio tecnico pensato su sistemi industriali diversi che rischia di colpire filiere che funzionano: l’Italia ricicla oltre l’80% del vetro ed è il primo produttore europeo e il terzo al mondo, dopo Cina e Stati Uniti. I test mostrano che anche le bottiglie scure vengono riciclate senza problemi. Il filo rosso è evidente. L’Unione europea è sempre più attratta dalla regolamentazione dettagliata, spesso costruita su modelli astratti o nazionali. Ma quando le regole ignorano le differenti realtà industriali e tecnologiche che hanno fatto grande l’Europa, il rischio è colpire proprio chi lavora bene. Meno dogmi e più pragmatismo non è uno slogan: è una condizione per proteggere occupazione, filiere produttive e competitività europea.
A proteggere o quantomeno a cercare di proteggere la competitività ci pensano anche le banche centrali. In “Prezzi più stabili, economia incerta: la cautela delle banche centrali” abbiamo parlato delle recenti decisioni della Federal Reserve, della Banca Centrale Europea e della Banca Nazionale Svizzera. A loro modo, tutte cercano di salvaguardare la stabilità dei prezzi senza impattare negativamente su consumi e mercato del lavoro.
Trovate qui gli articoli della settimana
Prezzi più stabili, economia incerta: la cautela delle banche centrali
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















