Care amiche, cari amici, buona domenica!
Anche se il suo compleanno è domani, quale migliore occasione per fare gli auguri alla persona più splendida che io conosca e che da ben 41 anni riempie la mia vita? Tanti auguri Stefania! Sei l’universo in cui mi muovo: amica, sorella, complice, confidente, braccio destro e sinistro. La mia esistenza non avrebbe ragione d’essere senza te… Auguri!
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia dall’Italia dove è bastato un emendamento di poche righe per riaprire una discussione accesa. La proposta di Fratelli d’Italia, partito di governo, chiede che sia esplicitato che le riserve d’oro della Banca d’Italia “appartengono al popolo italiano”. Cristine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, è intervenuta duramente ricordando che la detenzione e la gestione dell’oro spettano alla banca centrale e non al Governo. Il punto di partenza è questo: l’Italia ha un patrimonio aureo molto grande, oltre 2’400 tonnellate, che ai prezzi attuali varrebbe circa 280 miliardi di euro (260 miliardi CHF). È tanto, è vero. Ma non cambia la natura di queste riserve: non sono un tesoretto nascosto nel caveau, né un fondo sovrano e neppure risorse per le manovre politiche. Anche se, poi nei fatti, le cose non sono sempre così distinte. La Svizzera offre un esempio utile per capire come funziona davvero. L’oro, oggi poco più di 1’040 tonnellate, appartiene alla Banca Nazionale Svizzera (BNS) e non alla Confederazione o al Parlamento. È la BNS che decide cosa farne. E infatti tra il 2000 e il 2005 ha potuto venderne circa 1’300 tonnellate, dopo che era caduto l’obbligo di copertura aurea del franco. L’operazione ha reso 21,1 miliardi di franchi (con il senno di poi se lo avessimo tenuto e venduto oggi avremmo guadagnato circa 140 miliardi, ma con il senno di poi non si fa la storia), poi distribuiti come prevede la legge: due terzi ai Cantoni e un terzo alla Confederazione, con una parte destinata all’AVS. Non perché l’oro fosse “pubblico”, ma perché gli utili della BNS vengono ripartiti fra gli enti pubblici. Alla fine, la lezione è semplice, quanto importante: la politica fiscale e la politica monetaria devono rimanere indipendenti. Ma quando si tratta di ora per la politica parla è come se ci fosse un forziere da aprire, per le banche centrali, invece, è solo uno strumento per garantire la stabilità.
E chi non è proprio stabile è il mercato della birra. In Nord America e in Europa i volumi delle vendite sono piuttosto stabili se non addirittura in lieve calo, con consumatori che bevono meno birra tradizionale, ma spendono di più per prodotti di qualità. Questa riduzione pare dipendere dall’incertezza economica, dai prezzi in aumento, da un’attenzione maggiore alla salute, ma anche dalla forte concorrenza di altre bevande alcooliche (“ready to drink” che sono cocktail già pronti spesso in lattina, superalcolici come vodka, gin, rum…). Ad attirare la nostra attenzione in queste settimane è la situazione della Corona negli Stati Uniti. Le birre messicane, di cui fa parte Corona, rappresentano oltre l’80% del totale delle importazioni di birra negli Stati Uniti. In effetti, dall’inizio dall’anno Constellation Brands che possiede tra gli altri i marchi di Modelo Especial e Corona ha rivisto al ribasso le stime delle sue vendite, scese dal +6-8% di inizio anno a una riduzione stimata oggi tra il -2 e il -4%. Constellation attribuisce il calo delle vendite delle sue birre negli Stati Uniti a diversi fattori. Da una parte come tutta l’industria, anche questa è legata a fattori di tipo tecnico, come gli aumenti dei costi delle materie prime (alluminio, orzo, malto, grano,…) o i dazi. Dall’altra parte, l’azienda non nasconde la possibilità che una buona parte della riduzione della sua domanda sia imputabile a ragioni politiche e in particolare al giro di vite sull’immigrazione. L’azienda ha più volte affermato che la sua clientela principale rappresentata dagli ispanici a basso reddito (circa metà delle vendite) è particolarmente sensibile al clima di insicurezza generato dall’amministrazione Trump e che la paura di controlli, ed eventuali rimpatri, fa sì che le persone escano meno di casa e frequentino meno negozi ispanici, consumando così meno birra messicana.
Speriamo di non dover ridurre anche noi i nostri consumi, perché qualche segnale d’allarme in Ticino c’è. La disoccupazione è tornata al 3% in novembre, con 5’000 persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento. Non è un balzo improvviso, ma una risalita costante che ci riporta leggermente sopra la media svizzera (2,9%). A soffrire di più sono donne, giovani e over-50, come spesso accade quando il ciclo economico si indebolisce. Il contesto non aiuta. L’economia svizzera rallenta da mesi: nel terzo trimestre il PIL è sceso dello 0,5%, la domanda estera è debole, gli investimenti arrancano e il franco forte continua a comprimere i margini, soprattutto per gli esportatori ticinesi (ne abbiamo parlato la settimana scorsa). A questo si aggiungono i dazi USA, schizzati al 39% in agosto e poi ridotti al 15%, che alimentano un clima di incertezza. Non sappiamo quanto l’aumento della disoccupazione dipenda direttamente dall’export, ma il mix di domanda estera debole, tassi elevati e shock commerciali certamente pesa sulle imprese. Un’altra spia sono i fallimenti aziendali. In Svizzera sono cresciuti del 36,4% nei primi undici mesi del 2025, verso un record di 15’000 casi quest’anno. In Ticino l’aumento è più contenuto ma comunque importante (+23,8%, 723 fallimenti). I settori più fragili restano costruzioni, ristorazione e commercio, mentre nel cantone soffrono soprattutto le piccole attività legate a turismo e centri urbani. E intanto le nuove imprese crescono in Svizzera (+4,4%) ma calano in Ticino (–2,7%, 2’020 iscrizioni): un segnale tipico delle fasi congiunturali deboli. Non siamo davanti a una crisi profonda, ma la fase espansiva è finita e il 2026 parte con variabili delicate. Il Ticino sente sempre prima degli altri le scosse esterne. E oggi arrivano da più direzioni: esportazioni fiacche, dazi volatili, consumi che rallentano e un mercato del lavoro che sta cambiando natura.
E di lavoro abbiamo parlato nel nostro articolo “Salari in Ticino: la sfida è trovare stabilità”. Gli ultimi dati pubblicati mostrano un nuovo allontanamento dai dai medi svizzeri e alcune riduzioni in determinati settori (costruzioni, istruzione, ricerca del personale, sevizi sanitari, commercio all’ingrosso). Non parliamo ancora di tendenze, ma sicuramente la questione va monitorata.
Trovate qui gli articoli della settimana
Salari in Ticino: la sfida è trovare stabilità
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla
I Krumiri non sono solo un biscotto…
Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori
Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese
Tassare al 50% le eredità? No, perché…
Così rovinate il Ticino e i ticinesi
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Salari in Ticino: la sfida è trovare stabilità
Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla
I Krumiri non sono solo un biscotto…
Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori
Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese
Così rovinate il Ticino e i ticinesi
In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















