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Care amiche, cari amici, buona domenica!
Metà novembre è quel momento strano dell’anno in cui le giornate si accorciano, il caffè sembra più buono e l’autunno diventa improvvisamente sincero: colori belli, freddo deciso e un po’ di pigrizia nelle ossa. Nessun problema, ogni tanto ci sta rallentare un pochino…
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia questa settimana ha una forma un po’ particolare, perché si dedica a un unico tema: quello del commercio tra le nazioni. Il 14 novembre gli Stati Uniti e la Svizzera hanno annunciato un nuovo accordo sui dazi, che ad agosto erano stati alzati al 39% dopo un’accesa discussione tra il presidente americano Donald Trump e la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter. Ora tornano al 15%, come per la maggior parte degli altri paesi. Per inciso: gli accordi valgono anche per il Liechtenstein, che condivide l’area doganale svizzera dal 1923, un trattato che definisce che i due paesi condividono una zona doganale e una politica commerciale unificata. La contropartita svizzera non si discosta molto da quella delle altre economie avanzate. I punti principali della dichiarazione d’intenti (non ancora un accordo firmato) includono importanti investimenti privati negli Stati Uniti (circa 200 miliardi), l’eliminazione dei dazi su molti prodotti industriali e ittici (pesci e derivati) statunitensi e quote limitate di carne esente da imposta (500 tonnellate di manzo, 1’000 di bisonte e 1’500 di pollame). A confronto, in Svizzera si consumano ogni anno tra 110 e 120 mila tonnellate di carne bovina, 110–115 mila tonnellate di carne di pollame e un consumo ridotto di carne di bisonte: l’impatto delle quote sarà quindi molto contenuto. Basta non comprarle e il settore agricolo non rischia nulla.
Un altro punto importante riguarda le cosiddette barriere non tariffarie: Stati Uniti, Svizzera e Liechtenstein intendono facilitare il riconoscimento reciproco di standard, certificazioni e controlli tecnici. In pratica significa meno ostacoli burocratici per prodotti come dispositivi medici, macchinari, autoveicoli e alimentari: se gli standard vengono riconosciuti senza dover rifare test e certificazioni da zero, i costi diminuiscono e gli scambi diventano più rapidi e prevedibili. C’è anche un impegno sulla formazione: Svizzera e Liechtenstein sosterranno programmi di apprendistato negli Stati Uniti, una richiesta forte dell’amministrazione americana per legare commercio e competenze locali. Gli altri punti della dichiarazione toccano temi come il commercio digitale (niente tasse sui servizi digitali e niente dazi sulle trasmissioni elettroniche), la sicurezza economica (cooperazione su controlli alle esportazioni e investimenti sensibili) e la resilienza delle catene di approvvigionamento, soprattutto nei settori strategici. Infine, non possiamo omettere il ruolo primario degli imprenditori. Le aziende svizzere spingono da mesi per riportare le tariffe entro limiti ragionevoli e pochi giorni fa hanno portato numeri, spiegato effetti concreti sui costi e sulle filiere e mostrato come un clima commerciale stabile sia nell’interesse di tutti. Non hanno fatto rumore, ma la loro pressione costante, fatta di dati e non di slogan elettorali, ha probabilmente aiutato a chiudere il negoziato in tempi rapidi, mettendo un cerotto agli errori della politica.
Tutto questo negoziato ci riporta a un vecchio errore che la politica ripete da secoli. Ai tempi di Adam Smith si pensava che la ricchezza di un Paese fosse un mucchio di metalli da difendere con dazi e divieti. Smith mostrò che la ricchezza nasce invece dalla produttività, dalla cooperazione e dalla divisione del lavoro. Ostacolare lo scambio significa solo rallentare il benessere. Ricardo, pochi decenni dopo, dovette combattere più o meno la stessa battaglia. Ai suoi tempi i governi volevano proteggere i proprietari terrieri imponendo dazi sul grano (le Corn Laws), ignorando che così avrebbero solo fatto salire i prezzi, ridotto i profitti dell’industria e frenato la crescita. Ricardo dimostrò che perfino un Paese meno efficiente in tutto trae vantaggio dallo scambio grazie ai costi comparati. Tutto vero. Ma Smith e Ricardo non erano ingenui. Non hanno mai detto che lo Stato debba restare fermo mentre alcuni pagano il prezzo del commercio. Gli Stati Uniti lo dimostrano: proteggono industria, posti di lavoro e settori strategici senza troppe timidezze. La Svizzera fa lo stesso, anche se con più discrezione. Proteggere la propria economia non significa chiudersi: significa decidere cosa va difeso mentre si continua a commerciare. Il problema è che gli interessi non sono uguali per tutti: ciò che va bene per la Svizzera nel suo insieme non sempre protegge regioni più esposte come il Ticino. Qui servirebbero strumenti più mirati. In fondo la lezione è semplice: il libero scambio crea valore, ma la politica deve decidere come distribuirlo e chi difendere. Gli USA lo fanno, la Svizzera pure. La domanda vera è se lo facciamo abbastanza bene anche noi. Soprattutto per chi vive e lavora in Ticino.
E degli accordi Stati Uniti-Svizzera si è occupato anche il nostro articolo settimanale “Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori” in cui abbiamo messo in evidenza il contributo dato dagli imprenditori per raggiungere l’obiettivo: d’altra parte, nel 2025 è veramente anacronistico pensare che pubblico e privato siano antagonisti. Nell’interesse di tutti ci vuole collaborazione.
Trovate qui gli articoli della settimana
Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















