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Care amiche, cari amici, buona domenica!
Questa settimana l’accordo di pace ha trovato vita. Domani gli ostaggi israeliani saranno liberati e in seguito le forze di difesa israeliane lasceranno la Striscia di Gaza. La guerra, con lo sforzo di tutte la parti, potrà finalmente finire.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia inizia parlando di pace, pace che pare non piaccia troppo ai mercati. O almeno non a quelli europei. Dopo mesi di tensioni geopolitiche e ordini miliardari nel comparto militare, l’annuncio di una tregua tra Israele e Hamas ha modificato e di molto l’umore degli investitori. Il clima più disteso in Medio Oriente ha spinto molti a vendere titoli delle aziende legate alla difesa. Il risultato è stato che l’indice europeo del settore ha perso oltre il 2% in una settimana. Dopo mesi di crescita continua, sono bastate poche parole di “pace” per spingere molti investitori a vendere e consolidare i guadagni accumulati. Il messaggio dei mercati è chiaro: meno conflitti, meno contratti, meno margini di profitto. Negli Stati Uniti però lo scenario è diverso. La spesa militare resta una priorità, indipendentemente dalle tensioni internazionali. Le grandi aziende del settore continuano a beneficiare del sostegno pubblico e di programmi già finanziati, con andamenti più stabili e margini garantiti. In Europa, invece, la tregua ha raffreddato gli entusiasmi. Le società della difesa restano solide, ma il messaggio è arrivato forte: l’euforia si sta sgonfiando. Ora gli investitori guardano ai prossimi bilanci nazionali per capire se i governi continueranno ad aumentare le spese militari o se torneranno a priorità più “civili”. Insomma, la pace è una buona notizia per il mondo, ma un po’ meno per chi guadagna dalle armi.
E rimaniamo in Europa. Kristalina Georgieva, presidente del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha sollecitato l’Unione Europea (UE) a intervenire con decisione sulle riforme del mercato unico, sottolineando come le barriere interne all’UE equivalgano, secondo le stime FMI, a una tariffa occulta del 44% sui beni e addirittura del 110% sui servizi. Un dato che rende evidente quanto la frammentazione normativa e le restrizioni ostacolino la crescita e la competitività del continente. Le sue parole sono chiare: serve uno “zar del mercato unico”, una figura forte con mandato specifico per guidare le trasformazioni necessarie, dall’energia ai servizi finanziari. Le pressioni del FMI riguardano anche il completamento dell’Unione bancaria e di una vera uniformità fiscale europea. Georgieva invita a superare le chiacchiere: le sfide sono sotto gli occhi di tutti, dalla sicurezza energetica alla necessità di investire in difesa e innovazione. A detta della Presidente, per salvaguardare il futuro dell’Europa, ora servono azioni coraggiose e decisioni condivise. Ma la proposta di nominare uno “zar del mercato unico” con pieni poteri per guidare le riforme non trova consenso a Bruxelles. Ci sono dubbi sul fatto che una simile figura possa davvero essere accettata da tutti i Paesi membri, preoccupati di perdere sovranità. La pressione sul rapido cambiamento economico apre così uno scenario di possibili tensioni politiche tra gli Stati.
Tensioni che sono state riaccese questa settimana dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che ha minacciato un nuovo aumento dei dazi fino al 100% su molte esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti a partire dal 1° novembre 2025. I dazi annunciati da Donald Trump costituiscono un’escalation molto significativa nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Questa misura viene giustificata come risposta alla decisione cinese di restringere le esportazioni di materiali strategici, in particolare le terre rare, elementi fondamentali per molte industrie tecnologiche e militari e al rafforzamento dei controlli sulle esportazioni di software essenziali. I mercati hanno reagito immediatamente e negativamente. Le principali borse europee e americane hanno subito pesanti cali, in particolare i settori più esposti come tecnologia e automotive. L’incertezza cresce e quando succede gli investitori si rifugiano in attività più sicure, come l’oro. Ricordiamo che proprio all’inizio di ottobre il prezzo dell’oro ha toccato un nuovo record storico, superando i 4’000 dollari l’oncia (3’200 CHF per un’unità di oro che pesa circa 31 grammi). Questa crescita positiva era stata alimentata anche dalle dichiarazioni dei responsabili della Federal Reserve (Banca centrale degli USA), che avevano fatto intendere la loro disponibilità per ulteriori politiche espansive per sostenere l’economia (riduzione dei tassi di interesse).
E chi dovrà sicuramente sostenere la sua economia è la Francia. Ne abbiamo parlato questa settimana nell’articolo “La credibilità fiscale come variabile politica” pubblicato da L’Osservatore (che ringraziamo) in cui abbiamo descritto il differente percorso politico ed economico fatto da Italia e Francia e che le ha portate oggi a pagare lo stesso tasso di interesse sul debito pubblico. Nel primo caso si parla della stabilità del Governo delle premier Meloni e nel secondo si ricorda che dalla sua rielezione il Presidente Macron ha nominato ben sei governi. Ultimo in queste ore il secondo mandato a Lecornu.
Trovate qui gli articoli della settimana
La credibilità fiscale come variabile politica
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Cassa malati: il conto lo paghiamo noi
Cassa malati: tutti alla cassa!
Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















