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Care amiche, cari amici, buona domenica!
Mentre inviamo questa newsletter stanno arrivando gli esiti delle votazioni cantonali e federali che vedono approvate tutte le misure di riduzione diretta dei costi per i cittadini (votazioni sulle casse malati e abolizione del valore locativo). Una domenica che vale mezzo miliardo per le finanze cantonali e che dovrà essere trovato da qui a qualche anno. Le manovre di rientro del Canton Vaud potranno darci qualche spunto.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia con la notizia che dovrebbe essere confermata, domani 29 settembre. Secondo la stampa internazionale Lufthansa, la principale compagnia aerea tedesca, prevede di ridurre migliaia di posti di lavoro nell’amministrazione, pari a circa il 20% del personale attivo in informatica, risorse umane e contabilità. Il ridimensionamento dovrebbe avvenire con pensionamenti anticipati e ricollocamenti interni, evitando licenziamenti di massa. Il gruppo impiega oggi circa 103 mila persone e nel 2024 ha registrato 37,6 miliardi di euro di ricavi (35 miliardi CHF) con un margine operativo del 4,4 %. Questo indicatore, che misura quanto un’azienda guadagna dalle sue attività principali (in questo caso vendere voli) rispetto al fatturato totale, è inferiore ai concorrenti: Air France-KLM al 5,1%, IAG (gruppo che include British Airways, Iberia, …) addirittura al 13,8%. Lufthansa dispone di circa 300 aerei, altri 150 in ordine e serve centinaia di rotte globali dai suoi hub di Francoforte e Monaco. Il segnale va oltre la Germania: l’intero settore è sotto pressione, tra costi operativi crescenti e margini ridotti. Ryanair, ad esempio, ha tagliato un milione di posti dal proprio programma invernale in Spagna, chiudendo basi regionali meno redditizie. Questa notizia è un campanello d’allarme per tutto il settore dei trasporti, ma anche per chi opera nei servizi, dove la pressione sui margini è già fortissima. Ricordiamo che nel 2005 Lufthansa annunciò l’acquisto di Swiss, operazione completata nel 2007. Quella mossa permise al gruppo di incorporare l’hub svizzero di Zurigo, pur lasciando a Swiss una forte autonomia operativa
E voliamo in Svizzera, dove questa settimana Swisscom ha confermato l’intenzione di spostare all’estero una parte significativa delle proprie attività informatiche. Entro il 2025, tra 1’000 e 1’400 collaboratori lavoreranno in Olanda e Lettonia, rispetto ai circa 600–800 attuali. In passato era già toccato ai call center, con trasferimenti anche in Kosovo. La logica è sempre la stessa: ridurre i costi. Ma la scelta può avere conseguenze importanti che vanno dalla maggiore pressione sui dipendenti rimasti in Svizzera, alla perdita di competenze specifiche. E purtroppo questo non è un caso isolato. Dal 2022 anche la Posta ha avviato un centro tecnologico a Lisbona che, entro il 2030, dovrebbe arrivare a 260 posti di lavoro. In questo caso, l’argomento ufficiale è stato la difficoltà di trovare specialisti informatici sul mercato interno. Sul fronte politico, la questione ha già acceso il dibattito e portato a proposte che chiedono di vietare che ex regie federali come Swisscom, la Posta o le FFS possano trasferire all’estero attività tecniche o amministrative. I timori sono fondati e riguardano la perdita di posti di lavoro qualificati, l’erosione della sovranità digitale e la dipendenza da fornitori stranieri in ambiti considerati strategici, come la sicurezza informatica. La domanda di fondo è chiara: fino a che punto possiamo accettare che aziende di cui lo Stato è ancora azionista spostino all’estero posti di lavoro ben pagati e competenze chiave? La discussione non si fermerà qui. In gioco non c’è solo l’efficienza economica, ma anche la capacità della Svizzera di controllare servizi essenziali per il suo futuro digitale.
E chiudiamo con un articolo de The Economist, la rivista economica britannica tra le più autorevoli a livello internazionale che ha analizzato gli effetti delle sanzioni contro la Russia. segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha descritto il conflitto come una corsa di resistenza: da una parte l’esercito ucraino, dall’altra l’economia russa. L’idea è che misure più dure, come dazi sui Paesi che acquistano petrolio, possano piegare il Cremlino e costringere il presidente Vladimir Putin a trattare. I dati mostrano però un quadro meno drammatico del previsto. I dati però raccontano una storia diversa. Dopo la recessione del 2022, l’economia russa è cresciuta per due anni e solo ora mostra segnali di rallentamento. Le esportazioni sono scese da 155 a 96 miliardi di dollari (da 123 a 96 miliardi CHF), frenate dal calo della produzione di petrolio, dai prezzi bassi del greggio, dai tassi d’interesse elevati che ostacolano nuovi investimenti e dall’apprezzamento del rublo, che riduce i ricavi in valuta locale. Mosca ha poi aggirato molte restrizioni: merci che transitano attraverso Paesi terzi, rapporti intensificati con India e Cina, sostituzione di prodotti importati con produzioni interne e persino scambi in baratto. Goldman Sachs osserva che perfino il tetto europeo al prezzo del petrolio è difficile da far rispettare per la complessità delle catene logistiche e la scarsa trasparenza delle raffinerie. Eppure, il mercato del lavoro rimane forte: disoccupazione ai minimi e salari reali ai massimi alimentano un sentimento positivo nell’opinione pubblica russa, in netto contrasto con il pessimismo diffuso in Occidente. La conclusione è netta: le sanzioni non fermano una guerra. E pensare di applicare la stessa ricetta a Israele significherebbe ripetere lo stesso errore e ancora una volta sbagliare le previsioni.
E di previsioni sbagliate abbiamo parlato nel nostro articolo settimanale “Trump, i dazi e la realtà: le Cassandre hanno sbagliato di nuovo” in cui discutiamo di quanto accaduto agli Stati Uniti dal 2 aprile 2025, quando il presidente Donald Trump ha annunciato dazi per tutte le importazioni. A differenza di quanto previsto da molti analisti pessimisti, la ricetta economica trumpiana al momento non sembra essere così fallimentare, almeno non per gli Stati Uniti.
Trovate qui gli articoli della settimana
Trump, i dazi e la realtà: le Cassandre hanno sbagliato di nuovo
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Cassa malati: il conto lo paghiamo noi
Cassa malati: tutti alla cassa!
Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA
Quando muoversi per primi diventa un errore
Svizzera: le notizie che non fanno notizia
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Trump, i dazi e la realtà: le Cassandre hanno sbagliato di nuovo
Cassa malati: il conto lo paghiamo noi
Cassa malati: tutti alla cassa!
Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA
Quando muoversi per primi diventa un errore
In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















