Immagine generata con l’AI
Tempo di lettura: 9 minuti
Care amiche, cari amici, buona domenica!
Eccoci tornati dopo la pausa estiva! E soprattutto: oggi festeggiamo la 200ª newsletter dell’Economia con Amalia! Grazie di cuore per la vostra vicinanza, per le letture sempre attente, per i commenti e le condivisioni che tengono viva questa comunità. Avanti insieme, con la stessa curiosità e la stessa voglia di capire il mondo che ci circonda.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia questa settimana si occupa di finanze pubbliche prendendo spunto da quanto sta accadendo in Francia. Lo diciamo da sempre: finanze pubbliche sane non sono un esercizio da ragionieri, né un’ossessione di pochi economisti. Sono il fondamento della stabilità sociale, politica ed economica. La Francia è l’ultima grande nazione che arrischia di vedere svanire gli sforzi fatti in decenni per garantire diritti essenziali come il lavoro, la protezione sociale e come pure la progettualità per investimenti strategici. Purtroppo, da molti anni questa nazione non ha più sotto controllo le sue finanze pubbliche: continui deficit (differenze tra entrate e uscite annuali dello Stato) hanno portato a un debito pubblico che ha oltrepassato il 113% del PIL, superando i 3’300 miliardi di euro (3’115 miliardi CHF). Il guaio non è tanto il debito in sé, ma la perdita di fiducia che ne deriva. In un contesto di crescita debole (0,9 % nel 2024, appena 0,3 % nel secondo trimestre del 2025), con un’industria in stagnazione costretta a convivere con costi energetici elevati, lo Stato fatica a camminare sulle proprie gambe. Sul mercato del lavoro, le cose non vanno meglio: disoccupazione al 7,5 %, 2,4 milioni di persone senza lavoro nel secondo trimestre 2025.
Questi elementi si riflettono sui mercati finanziari e sulle valutazioni (rating) che le agenzie specializzate fanno degli Stati o delle aziende per certificare la loro capacità di pagare i debiti. L’agenzia Fitch ha recentemente abbassato il rating francese da AA- a A+, evidenziando l’incertezza politica e finanziaria. Di conseguenza, i rendimenti sui titoli di Stato decennali (le obbligazioni) sono saliti al 3.5%. Questo ha portato lo spread, che è la differenza di rendimento tra i titoli francesi e quelli tedeschi, a livelli mai raggiunti prima. Il piano di risanamento proposto dal premier Bayrou (tagli per 44 miliardi di euro, 41 miliardi CHF) ha provocato proteste sociali e politiche e infine ha portato alla caduta del governo. Non sorprende: un debito così grande, con costi elevati per il suo servizio, restringe enormemente le possibilità dello Stato di investire in cose essenziali per la vita dei cittadini. Aveva alternative il primo ministro francese? Probabilmente no. La lezione che possiamo trarre dalla Francia è dunque chiara: mantenere un bilancio equilibrato è la chiave per una politica libera e sostenibile nel lungo termine. Solo con una gestione oculata della spesa pubblica, mirata a investimenti strategici e a proteggere chi è più vulnerabile, si può garantire la coesione sociale e la crescita duratura.
Anche se in scala diversa, anche noi in Ticino dovremo interrogarci. Le prossime votazioni sulle casse malati si presentano come una promessa di benessere per tutti, ma rischiano in realtà di erodere proprio quello stato sociale che vogliamo difendere. Il bilancio pubblico del nostro Cantone prevede per quest’anno una spesa pubblica di circa 4,3 miliardi, un deficit di 64 milioni e un debito pubblico a fine anno di circa 2,8 miliardi di franchi. Le voci più consistenti sono legate alla sanità, alla socialità e all’educazione. Il Cantone spenderà circa 420 milioni (10 % del bilancio totale) per i sussidi alla riduzione dei premi (RIPAM): oltre 110.000 persone su una popolazione cantonale di circa 350.000 ne hanno diritto. Ma la spesa sanitaria non si ferma lì. Il Governo stima che tra sanità diretta e sussidi casse malati il totale raggiunga 1 miliardo di CHF nel 2025. Con le proposte in votazione, i costi aggiuntivi per lo Stato potrebbero superare i 350 milioni già dal primo anno; un obbligo che non si dissolve con qualche slogan elettorale. Possiamo permettercelo? Non con i nostri conti. Zugo può coprire per due anni i costi ospedalieri dei suoi cittadini perché ha un avanzo di 460 milioni. Noi no. E il problema non finisce qui. Nei prossimi anni il Cantone sarà chiamato a finanziare la riforma EFAS, con un onere stimato tra 200 e 300 milioni all’anno. A questo si dovrebbero sommare centinaia di milioni di nuovi compiti imposti dalla Confederazione e dalle prossime votazioni (tassazione, valore locativo, ecc.). Se va bene, si tratta di altri 400 milioni; se va male, si arriva a 600. Tornando alle nostre votazioni: se le due iniziative cantonali passeranno l’ente pubblico dovrà trovare 350 milioni immediatamente. Non ha scelta: o aumenta le imposte o riduce la spesa. La domanda è semplice: chi pagherà queste cifre astronomiche? I pochi ricchi residenti nel Cantone o la maggioranza dei cittadini? Non esistono trucchi o formule magiche: se lo Stato spende di più, deve decidere se aumentare le entrate o tagliare la spesa. È una regola che vale in politica come in famiglia. Il voto del popolo è sovrano. Ma è dovere di chi propone misure costose essere trasparente: dire chiaramente quanto costano, chi paga e cosa si dovrà tagliare in cambio. Perché il conto, alla fine, lo pagheremo noi.
Come siamo noi a pagare “Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA”. In questo articolo pubblicato qualche settimana fa da L’Osservatore, che ringraziamo, trattiamo dei rapporti oggi particolarmente tesi tra queste due nazioni. Dalla Seconda guerra mondiale al caso UBS, dal segreto bancario ai negoziati commerciali falliti, le crisi si sono ripetute. Ora pesano i nuovi dazi americani fino al 39% e l’aumento del costo degli F-35. La storia insegna che le tensioni verranno superate, ma lo scontro resta asimmetrico: le regole le detta Washington, non Berna.
Trovate qui gli articoli della settimana
Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Quando muoversi per primi diventa un errore
Svizzera: le notizie che non fanno notizia
Parità salariale: una strada ancora in salita, ma non più solitaria
Svizzera: tra oro alle stelle e consumi in stallo
La perequazione punisce il Ticino: ecco perché
Notizie Flash di economia
Avete voglia di aggiornamenti settimanali brevi? Non avete voglia di leggermi? Nessun problema: potete guardarmi e ascoltarmi su Instagram (qui) e su TikTok (AmaliaMirante555, qui: https://vm.tiktok.com/ZMdg6eHsb/).
Ascoltami
Ma sapete che trovate “L’economia con Amalia” anche su Spotify? Cliccate qui! E se non avete accesso a questa piattaforma, nessun problema: potrete ascoltare la versione audio in fondo agli articoli scritti sul sito. Qui sotto gli ultimi. Ticinesi: ancora più poveri e infelici
Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA
Quando muoversi per primi diventa un errore
Svizzera: le notizie che non fanno notizia
Parità salariale: una strada ancora in salita, ma non più solitaria
Svizzera: tra oro alle stelle e consumi in stallo
In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















