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Care amiche, cari amici, buona domenica!
È il 13 luglio, piena estate, ma oggi la pioggia si prende la scena. Ogni tanto va bene anche così: rallentare, ascoltare il rumore dell’acqua, prendersi una pausa. E poi … di nuovi carichi!
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia dicendo che tanto “tuonò, che piovve”. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato l’imposizione di dazi del 30% su tutte le importazioni provenienti dall’Unione Europea (UE) a partire dal 1° agosto 2025. Già ad aprile 2025, Trump aveva minacciato dazi del 20%, poi portati al 50% durante le trattative, per poi trovare un “compromesso” al 30%. Potrebbe essere anche questa volta un tentativo per forzare la mano nei negoziati. La motivazione addotta rimane sempre la stessa: il persistente disavanzo commerciale degli Stati Uniti verso l’UE e la volontà di ottenere condizioni più “reciproche” nel commercio internazionale. La misura prevede alcune eccezioni (come il settore automobili che si ferma al 25%) e l’esenzione per le aziende europee che producono direttamente negli Stati Uniti. L’Unione Europea, per voce della presidente Ursula von der Leyen, ha dichiarato di essere pronta a difendere i propri interessi, con oltre 100 miliardi di dollari di dazi di ritorsione già pronti (circa 80 miliardi di franchi svizzeri). Le contromisure colpiranno prodotti strategici statunitensi, soprattutto quelli provenienti da Stati politicamente sensibili per Trump. L’entità di questi dazi e il clima che ne seguirà rischierà di danneggiare, almeno nel breve termine, imprese e consumatori su entrambe le sponde. Purtroppo, sulla credibilità e soprattutto sull’efficacia dei dazi europei, nutriamo qualche dubbio. Non per sfiducia, ma guardando ai precedenti storici, ricordiamo che l’UE in passato ha risposto ai dazi su acciaio e alluminio (settori di rilevanza sistemica), imponendo tariffe su bourbon, motociclette e jeans. In aggiunta, non meno critico è il fatto che l’Unione Europea non è un unico Paese e a differenza degli Stati Uniti, non si presenta compatta, anche perché alcuni Paesi membri sono più esposti di altri agli effetti di una guerra commerciale. E questo, nell’interesse nazionale, potrebbe farli deviare da una strategia unica.
Chi invece non ha deviato da una strategia molto chiara è Ferrero, che da mesi aveva manifestato interesse per Kellogg’s. Ferrero è uno dei principali gruppi dolciari al mondo, simbolo del Made in Italy e presente in oltre 170 Paesi con 40’000 dipendenti. Fondata ad Alba nel 1946 dalla famiglia Ferrero ed è conosciuta grazie a marchi come Nutella, Kinder, Ferrero Rocher, Mon Chéri e Tic Tac. Kellogg’s è stata fondata da Will Keith Kellogg e ha rivoluzionato le abitudini alimentari introducendo i famosi Corn Flakes (ne parliamo ancora sotto). Nel corso degli anni, ha sviluppato marchi come Frosted Flakes, Special K, Rice Krispies e Froot Loops. La manovra di Ferrero (fatta per 3.1 miliardi di dollari, 2.5 miliardi CHF) conferma una strategia diffusa nel settore alimentare: espandersi in nuovi mercati, diversificare i prodotti, integrare marchi promettenti, sfruttare sinergie e rispondere ai cambiamenti nelle preferenze dei consumatori. Nel biennio 2024–2025, le operazioni di fusione e acquisizione si sono moltiplicate, con focus su salute, benessere e innovazione. La stessa Ferrero negli ultimi anni è stata protagonista di numerose annessioni negli Stati Uniti, tese soprattutto a diversificare i prodotti, a ridurre la dipendenza dal cacao (soprattutto a causa della volatilità dei prezzi) e a occupare nuovi momenti di consumo quotidiano oltre a quello dolce di cui già è leader.
E leader è chi si muove per primo, come ha fatto Kellogg’s che ha inventato i cereali (Corn Flakes) e rivoluzionato la colazione a livello mondiale. Grazie al fatto di essere la prima, questa azienda ha potuto definire gli standard e le abitudini alimentari di milioni di persone, oltre a permetterle di costruire un marchio riconoscibile in tutto il mondo che ha fidelizzato generazioni di clienti. Il fatto di essere la prima a entrare in un mercato consente anche alle aziende di espandersi rapidamente a livello internazionale e di consolidare la propria posizione rendendo difficile per i concorrenti sottrarre quote di mercato (tecnicamente si parla di barriere all’entrata). Ma sono tanti gli esempi e anche recenti che confermano la teoria economica del “first mover advantage” (vantaggio del primo arrivato). Forse pochi sanno che Netflix, la più grande piattaforma a offrire film e serie TV in streaming on demand, in realtà nasce nel 1997 come servizio di noleggio di DVD per posta. I suoi fondatori, Reed Hastings e Marc Randolph, comprendendo che la fine del noleggio fisico sarebbe avvenuta di lì a poco, nel 2007 lanciano il servizio di streaming on demand, anticipando e forse contribuendo, ai cambiamenti nelle abitudini di consumo di milioni di persone. Ma come ogni leadership anche Netflix non è potuta rimanere ferma e così nel 2013 inizia anche a produrre contenuti originali che diventano serie di culto (“House of Cards”, “Orange Is the New Black”) e che le consentiranno di mantenere un ruolo di prim’ordine. Tra le tante storie di successo rientra anche quella di Amazon che da libreria online è diventata un colosso globale dell’e-commerce, quella di Airbnb che ha introdotto nel settore dei viaggi l’economia della condivisione (sharing economy) permettendo di affittare case e stanze tra privati e ancora Tesla, Apple, Google, Ikea.
Insomma, muoversi per primi può essere una buona mossa, ma da sola non basta. Ne parliamo nell’articolo “Quando muoversi per primi diventa un errore” (pubblicato da L’Osservatore, che ringraziamo), in riferimento alla scelta della SSR di spegnere le trasmissioni FM con due anni d’anticipo rispetto ai concorrenti. L’idea era puntare sull’innovazione. Ma senza una strategia condivisa, il vantaggio si è trasformato in boomerang: risparmio minimo, perdita importante di ascolti e radio private e straniere pronte a raccogliere il pubblico lasciato indietro. si.
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Quando muoversi per primi diventa un errore
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















