Come ogni anno la Camera di Commercio Cantone Ticino svolge un’inchiesta congiunturale sulla salute dell’economia Ticinese presso i propri affiliati. Ben 280 aziende hanno partecipato, il che propone risultati attendibili. Le aziende che hanno risposto occupano ben 17157 collaboratori. I settori sono divisi in due: industria e artigianato con 89 imprese e commercio e servizi con 191 aziende.
Tendenzialmente la salute delle aziende interpellate si attestano ad un buon andamento, in particolare per i commerci e servizi, mentre il settore secondario si trova in difficoltà. Si riscontrano alcuni segnali di rallentamento, che erano già rilevati nel 2024. Tra le cause la problematicità di Cina e Germania, che hanno avuto effetti anche da noi e non da ultimo l’incertezza legata alla politica dei dazi degli Stati Uniti.
La politica dei dazi sulle aziende che operano nel mercato interno ha avuto meno influenza, al contrario per le ditte che esportano negli USA, questa problematica causa enormi problemi, legati proprio all’insicurezza e per le aziende la mancanza di sicurezza si traduce in rallentamento degli investimenti. Diventa una catena, se si investe meno si rischia di perdere alcuni “treni” innovativi che sono alla base dell’incremento economico di una regione.
Oltre al rallentamento degli investimenti anche l’autofinanziamento delle aziende è un tema importante, che nel 2025 ha rilevato qualche flessione.
Si è festeggiato all’accordo sui dazi con gli USA che dal 39% sono stati abbassati al 15%, non ancora ratificato, ma le parole di Donald Trump a Davos non hanno certo calmato l’ambiente: ha dichiarato che in ogni momento potrebbe rialzarli…
Per quanto attiene all’occupazione e alla politica salariale, malgrado le difficoltà, il 76% delle imprese interpellate affermano di essere stabili, mentre il 11% delle aziende prevede una riduzione dell’organico e il 13% addirittura prevede di aumentare il personale impiegato.
Alcuni segnali rilevati sono l’aumento del costo delle importazioni, difficoltà di esportare e un interruzione nella catena di approvvigionamento.
Confortante il dato sulle delocalizzazioni: resta per ora un fenomeno abbastanza marginale e costituisce l’ultima ratio, se altre strategie non daranno i risultati aspettati.
Per quanto riguarda i prezzi di vendita, il 24% delle aziende ha modificato i propri prezzi aumentandoli. Diventa importante anche il fenomeno della riduzione dei margini, che obbliga aziende, a volte, a trovare soluzioni non proprio indolori.
Un tema affrontato che di anno in anno diventa sempre più ingombrante, sono gli oneri burocratici e i loro effetti. Invece di cercare lo snellimento della burocrazia, le autorità aumentano le norme tanto da implicare oneri importanti superiori che vanno ad aumentare i costi stessi e di conseguenza anche l’aumento dei prezzi di vendita. Per una ditta che occupa 10 dipendenti, gli oneri impiegati sono calcolati in 19 ore mensili dedicati solo per espletare le pratiche burocratiche, che tra l’alto ne rallentano l’efficacia aziendale, levando tempo importante alla produzione stessa. Vi è l’impressione che ad ogni dubbio di legge, le autorità si inventano sempre nuove norme che vanno a rendere più costosi i vari processi aziendali, diventando meno concorrenziali rispetto altre realtà vicini alla nostra.
Invece magari di far rispettare le norme attuali, magari alleggerendole la politica cammina nel versante opposto, ostacolando la dinamicità aziendale, rallentandone dunque la loro crescita.

















