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Care amiche, cari amici, buona domenica!
Sicuramente non avete aspettato la newsletter domenicale (oggi un po’ in ritardo…) per cambiare l’ora! Eh già, le giornate si accorciano e quando scende il sole anche le temperature diventano più frescoline… L’autunno è proprio arrivato!
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia dando uno sguardo alla situazione degli Stati Uniti, ricordando che ad oggi e probabilmente per i prossimi decenni rappresentano la principale economia mondiale e la prima potenza militare, oltre che tecnologica. Tra qualche giorno la Federal Reserve (Fed) deciderà sui tassi di interesse. Gli analisti si attendono, dopo diversi mesi e dopo che molte altre banche centrali hanno preso questa decisione, una riduzione dei tassi di interesse di un quarto di punto (-0.25 punti percentuali). Molto probabilmente sarà così anche se gli indicatori macroeconomici non sono così chiari. È innegabile che l’economia mondiale, inclusa quella degli Stati Uniti, sia in una fase di stallo; d’altra parte anche se l’indice dei prezzi al consumo americano ha segnato un leggero aumento, siamo ancora lontani dal rischio di un ritorno dell’inflazione. Sul mercato del lavoro, gli ultimi mesi sono piuttosto contraddittori: il tasso di disoccupazione è al 4,3%, un valore storicamente basso, ma tra i più alti degli ultimi anni. Sul fronte della creazione di nuovi posti di lavoro i mesi tra maggio e luglio hanno mostrato situazioni altalenanti. Insomma, la Fed sarà chiamata a scegliere se tentare di sostenere una crescita economica piuttosto limitata correndo il rischio di influenzare l’aumento dei prezzi, oppure attendere ancora rischiando però di dare il colpo definitivo a un prodotto interno lordo e a un mercato del lavoro che potrebbero risentirne.
E chi sicuramente risente della sua posizione di dipendenza dalle forniture cinesi è l’Unione Europea. Qualche giorno fa la Cina ha dichiarato restrizioni alle esportazioni di prodotti contenenti terre rare. Ricordiamo che le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici metallici che sono difficili da estrarre (anche da questo, oltre al fatto che in passato fossero difficili da trovare, nasce il nome), ma che nel contempo sono fondamentali per le tecnologie avanzate come apparecchiature militari, veicoli elettrici, smartphone, … La Cina è il paese con la quantità maggiore di riserve di terre rare, ma anche il principale produttore mondiale. Seguono Australia, Brasile, India, Thailandia… Risulta interessante sapere che anche la Groenlandia (e da qui si capisce subito l’interesse del presidente statunitense per questa terra), oltre ad avere importanti riserve di zinco, rame e cobalto è particolarmente ricca di terre rare. Ma ad oggi, ricordiamo la Cina rimane il primo fornitore. Proprio in ragione di questa sua forza qualche settimana fa ha annunciato restrizioni dell’esportazione di questi metalli e di prodotti finiti che li contengono. La reazione dell’Europa non è tardata: da una parte la diplomazia ha attivato i suoi canali per impedire ulteriori blocchi e crisi soprattutto nel settore automobilistico e militare, dall’altra parte la presidente della Commissione Europea von der Leyen ha annunciato l’idea di creare un nuovo programma (RESorceEU) di coordinamento tra i paesi membri per l’acquisto congiunto, lo stoccaggio, ma anche il riciclaggio di queste materie prime. Lo scopo è ridurre la dipendenza da un unico fornitore.
Fornitore che tuttavia rimane fondamentale per quanto riguarda il settore automobilistico, settore in cui l’Unione Europea sembra oggi fare un passo indietro per quanto riguarda l’idea di produrre solo automobili elettriche entro il 2035, vietando totalmente quelle a benzina e diesel. Da questo concetto ambientalista venivano escluse altre forme di carburanti a zero o basse emissioni come gli e-fuel e i biocarburanti (gli e-fuel sono carburanti sintetici creati a partire dall’anidride carbonica già prodotta e quindi sono neutrali dal punto di vista di nuove emissioni di CO2). La decisione di fare un passo indietro e quindi di parlare oggi di “neutralità tecnologica” sembra dipendere da due importanti fattori: da una parte già molti costruttori hanno abbandonato l’idea di produrre solamente automobili elettriche (Porsche, Alfa Romeo, Lancia,…) e dall’altra non si possono negare le pressioni fatte da importanti attori europei come Italia e Germania che in dall’inizio sono state contrarie a un’idea apparsa a molti estremamente rigida e limitativa.
E sicuramente rigida rispetto al prezzo è la domanda di petrolio e dei suoi derivati. Nel nostro articolo settimanale “Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio” abbiamo parlato dell’andamento del prezzo del petrolio in funzione delle decisioni politiche. In effetti, oggi il prezzo di questa importantissima materia prima sembra dipendere maggiormente dalla politica che non dal classico equilibrio di mercato raggiunto dall’incontro tra domanda e offerta.
Trovate qui gli articoli della settimana
Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
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Cassa malati: il conto lo paghiamo noi
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















