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Care amiche, cari amici, buona domenica!
Buona prima domenica di luglio! C’è chi è già in vacanza, chi sogna il mare, chi si rifugia in montagna e chi resta a casa a godersi un po’ di quiete. Qualunque sia il vostro panorama oggi, che sia una giornata leggera.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia dando uno sguardo ai rapporti, sempre più tesi, tra Cina e Unione Europea. Dal 5 luglio 2025, la Cina ha introdotto dazi sulle importazioni di brandy provenienti dall’UE, con aliquote comprese tra il 27,3% e il 34,9% e una durata prevista di cinque anni. La misura nasce da un’indagine del Ministero del Commercio cinese, che accusa il brandy europeo (in particolare il cognac francese) di essere venduto a prezzi inferiori al “valore normale”, causando un danno all’industria locale. Ma il tempismo non sembra affatto casuale. Pochi mesi fa, la Commissione Europea ha imposto dazi sulle auto elettriche cinesi, oltre al 10% già in vigore, con tariffe aggiuntive tra il 17% e il 35,3%, in base al produttore e alla collaborazione con l’indagine europea. Secondo Bruxelles, si tratta di contrastare pratiche distorsive: sussidi statali, prestiti agevolati e vantaggi fiscali che permetterebbero ai produttori cinesi di offrire auto a prezzi insostenibili per l’industria europea. Pechino ha reagito colpendo il brandy, non solo per ragioni economiche, ma anche politiche: colpire il cognac significa colpire la Francia, tra i Paesi che più hanno spinto per i dazi europei contro la Cina. Non tutti i produttori europei sono trattati allo stesso modo: aziende come Martell e Rémy Martin hanno ottenuto condizioni meno severe impegnandosi a rispettare un prezzo minimo d’importazione. La Commissione Europea ha definito le misure cinesi “ingiustificate e incoerenti con le regole internazionali”, annunciando contromosse. Intanto, le esportazioni di cognac verso la Cina sono già crollate fino al 70%
Lo stesso non si può dire per le esportazioni di automobili elettriche cinesi in Europa, anzi. A maggio 2025, i marchi cinesi hanno raggiunto quasi il 6% del mercato europeo: oltre 65.000 immatricolazioni in un solo mese e un balzo del +111% rispetto all’anno precedente. Una crescita che non si spiega solo con i numeri, ma con una strategia mirata. Dopo l’introduzione dei dazi europei sulle elettriche, i produttori cinesi hanno spostato l’attenzione su modelli ibridi plug-in e full hybrid, che restano fuori dalle nuove tariffe. I plug-in possono essere ricaricati alla presa e viaggiare anche solo in elettrico per molti chilometri; i full hybrid si ricaricano da soli e usano entrambi i motori in combinazione. Una scelta efficace. Il marchio più venduto in Europa è MG, controllato da Shanghai Automotive Industry Corporation (SAIC) che è una delle principali case automobilistiche cinesi. Nei primi cinque mesi del 2025 ha superato Fiat in termini di immatricolazioni (133’400 contro 125’300). Seguono BYD e Chery, in forte crescita. Ma come fanno queste auto a reggere il confronto, anche con i dazi? La risposta sta in costi di produzione più bassi, sussidi statali, integrazione verticale nelle batterie, ma soprattutto in investimenti massicci in tecnologia e qualità. Le auto cinesi non sono più “low cost”: sono ben progettate, ben equipaggiate, con interni curati, dotazioni ricche e sistemi di sicurezza avanzati. E si adattano sempre più alle esigenze del mercato europeo, spesso con garanzie più lunghe dei concorrenti tradizionali. Il tutto con una velocità che mette sotto pressione i marchi tradizionali. In Svizzera il fenomeno è appena cominciato, ma promette di crescere. BYD ha aperto il suo primo showroom a Zurigo nell’aprile 2025 e punta ad avere 15 punti vendita entro la fine dell’anno, inclusi Lugano e Bellinzona. L’assenza di dazi doganali e la crescente domanda di auto elettriche e ibride rendono il mercato elvetico molto interessante. I dazi europei hanno rallentato la corsa? Forse. Ma non l’hanno fermata
E chi sembra non volersi fermare è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Pochi giorni fa il Congresso ha approvato la sua maxi riforma fiscale e di bilancio, chiamata ufficialmente One Big Beautiful Bill Act, ma ribattezzata da tutti Big Beautiful Bill (in italiano risuonerebbe come Grande e Bellissima Legge). Un nome che suona come uno slogan e che sintetizza bene la linea politica del suo secondo mandato: meno tasse, meno stato sociale, più spesa militare e più controllo alle frontiere. Il provvedimento rende permanenti i tagli fiscali introdotti nel 2017 e li estende. Tra le novità, la detassazione delle mance fino a 25’000 dollari l’anno (circa 20’000 franchi) e una deduzione per gli anziani a basso reddito. In parallelo, però, la riforma taglia la spesa sociale, colpendo programmi come Medicaid (l’assicurazione sanitaria pubblica per i più poveri) e SNAP (i buoni alimentari), ora accessibili solo a chi rispetta nuovi requisiti lavorativi. Sul fronte ambientale, si riducono o si eliminano i crediti d’imposta per le energie rinnovabili, mentre crescono le spese militari e i fondi per la sicurezza dei confini e la deportazione dei migranti. Secondo le stime, il pacchetto avrà un impatto significativo anche sul bilancio federale: tra i 2’400 e i 3’400 miliardi di dollari di nuovo debito nei prossimi dieci anni (pari a 1’900–2’700 miliardi di franchi). Trump la presenta come una legge a favore della “classe lavoratrice”, anche se, secondo diverse analisi, i maggiori vantaggi fiscali andranno ai redditi più alti, mentre i ceti più fragili rischiano di perdere protezione. In ogni caso, il presidente sta semplicemente attuando ciò che aveva promesso in campagna elettorale. Dove porterà tutto questo, è difficile dirlo. Ma al momento, l’economia americana tiene, e i dati non segnalano frenate significative.
Come non si segnalano frenate significative nel nostro articolo settimanale “Svizzera: le notizie che non fanno notizia”. I dati pubblicati a livello nazionale indicano una disoccupazione stabile al 2,7%, un’inflazione quasi nulla, ma anche un forte aumento dei fallimenti aziendali. Quest’ultimo dato, però, va letto con cautela: la crescita del 50% rispetto a un anno fa è legata in gran parte a una modifica legislativa entrata in vigore il 1° gennaio 2025. Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi, senza più passare dal pignoramento. Un effetto contabile, più che una crisi.
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















