Care amiche, cari amici, buona domenica.
Purtroppo una nuova guerra è iniziata. La nostra newsletter settimanale cerca di farci conoscere l’economia iraniana e le conseguenze economiche di questo conflitto, che speriamo termini quanto prima.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia è un po’ speciale oggi e si concentra sull’Iran. L’Iran è una grande economia regionale, con quasi 90 milioni di abitanti e una posizione strategica tra Caucaso, Asia centrale e Golfo Persico. Non è un paese povero: il PIL pro capite in parità di potere d’acquisto (PPA, che consente confronti internazionali tenendo conto dei livelli dei prezzi) è di circa 19’000 dollari, contro i circa 95’000 della Svizzera. Non è un’economia arretrata, ma nemmeno pienamente sviluppata. Anche se petrolio e gas restano centrali, soprattutto per le entrate in valuta estera e per il finanziamento della spesa pubblica, l’Iran non è solo un esportatore di greggio. Ha sviluppato un’industria significativa: petrolchimica, acciaio, cemento, industria automobilistica. L’agricoltura mantiene comunque un ruolo non marginale, con produzioni di nicchia ad alto valore aggiunto come pistacchi e zafferano. Il vero punto debole non è la mancanza di settori produttivi, bensì l’instabilità macroeconomica. L’inflazione è strutturalmente elevata, il cambio fragile e il sistema dei cambi multipli genera distorsioni. In Iran esiste un vero e proprio groviglio di tassi di cambio: per lo stesso dollaro ci sono tassi più favorevoli per importazioni “politiche” (farmaci, cibo base, alcune materie prime) e un tasso molto più debole sul mercato aperto, dove il rial (moneta ufficiale, ma nella vita quotidiana si usa il toman) vale centinaia di migliaia di unità per dollaro. Questo sistema crea grandi differenze di costo tra chi ha accesso ai tassi agevolati (spesso gruppi collegati allo Stato o all’apparato militare) e chi è costretto a comprare valuta sul mercato, alimentando arbitraggi, inflazione e distorsioni nei prezzi.
Le sanzioni, introdotte dagli anni Duemila per il programma nucleare e rafforzate dopo il ritiro statunitense dall’accordo del 2018, hanno ulteriormente limitato l’accesso ai mercati finanziari globali. L’esclusione di molte banche dai circuiti internazionali e le sanzioni secondarie hanno reso più complessi i pagamenti, ridotto l’uso del dollaro e la disponibilità di valuta estera. Un altro elemento strutturale è il peso delle entità para-statali: fondazioni religiose e conglomerati legati all’apparato politico e militare controllano settori rilevanti, influenzando l’accesso ai finanziamenti e la concorrenza. Sul piano commerciale il baricentro si è spostato verso l’Asia: la Cina è oggi il partner principale, mentre gli Emirati Arabi Uniti fungono da snodi logistici e finanziari. Infine, il mercato del lavoro: il paese ha una popolazione giovane e istruita, con una forte presenza femminile nell’istruzione superiore, ma la partecipazione al lavoro resta contenuta e la disoccupazione giovanile elevata.
E andiamo a vedere quali potranno essere le conseguenze economiche di questa guerra, soprattutto sul prezzo dell’energia. Il Brent (che fa da prezzo di riferimento internazionale ed è un paniere di greggi estratti nel Mare del Nord) è già arrivato ai 70–75 dollari al barile (54-58 CHF), ma gli analisti avvertono che i prezzi potrebbero spingersi anche ai 100 dollari (77 CHF). Il punto nevralgico è lo Stretto di Hormuz (il braccio di mare che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi all’Oceano Indiano, situato tra Iran e Oman), da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Anche solo il rischio di interruzione fa salire il premio per il rischio. E come sempre le conseguenze non si limitano al settore energetico. Un petrolio più caro alimenta l’inflazione, aumenta i costi di trasporto e produzione e accresce la volatilità finanziaria. In un contesto già fragile, l’incertezza pesa più dello shock immediato. In questo scenario gli Stati Uniti hanno alcuni strumenti per contenere le tensioni sui prezzi. Il primo è il rilascio delle riserve strategiche di petrolio, che consente di aumentare temporaneamente l’offerta e attenuare i picchi. Il secondo è la diplomazia energetica: Washington può sollecitare altri grandi produttori ad aumentare la produzione. Il terzo è la pressione su OPEC+, in particolare sui paesi che dispongono di capacità inutilizzata, come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Vedremo se si riuscirà a evitare nuove pressioni inflazionistiche e costi più elevati per imprese e famiglie, con effetti a catena sulla crescita.
Infine, non si può parlare dell’Iran senza citare i diritti umani. Le libertà fondamentali sono fortemente limitate e il dissenso è represso. La condizione delle donne resta uno dei nodi più evidenti. Le norme giuridiche e le prassi sociali limitano l’autonomia personale, dall’abbigliamento obbligatorio alle regole che disciplinano famiglia, matrimonio e vita pubblica. Le proteste degli ultimi anni hanno mostrato con forza quanto questo tema sia centrale e quanto una parte della società chieda cambiamenti profondi. Ignorare questa dimensione significherebbe offrire un ritratto incompleto del paese. L’Iran non è solo un sistema economico o un attore geopolitico: è anche una società attraversata da tensioni profonde sul terreno dei diritti e delle libertà individuali.
E chiudiamo con un richiamo al nostro articolo settimanale “Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata” in cui abbiamo spiegato le cause della pressione sui prezzi (in particolare gli accordi di libera circolazione) e perché le soluzioni come i controlli non risolvono il problema.
Trovate qui gli articoli della settimana
Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
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Svizzera 2026: crescita sì, ma con prudenza
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















