La forza di raccontarsi
Resy Canonica
Da molti anni il mio lavoro è raccogliere storie. Come giornalista e come autrice di documentari, con la telecamera e il microfono, entro nella vita delle persone: a volte per un giorno soltanto, a volte per anni. Credevo di sapere che cosa significasse ascoltare. Poi sono diventata volontaria del Telefono Amico, e ho capito che c’era ancora strada da fare. Quella stagione della mia vita si è conclusa, ma mi ha lasciato un segno indelebile. E il 10 ottobre, Giornata mondiale della salute mentale, mi sembra il momento giusto per raccontare perché.
In un documentario la persona che parla ha un volto, un nome, una casa, uno sguardo che la camera cerca. È un patto di fiducia prezioso, ma porta con sé un peso: sapere che quella storia verrà vista. Anche chi si apre con generosità sceglie, spesso senza accorgersene, che cosa mostrare e che cosa tenere per sé.
Al Telefono Amico quel patto cambia completamente. Non c’è un volto, non c’è un nome, non c’è nessuna immagine da proteggere. C’è soltanto una voce. E proprio grazie all’anonimato ho sentito le persone arrivare là dove, davanti a un obiettivo, raramente si arriva: la paura che non si confessa a nessuno, la stanchezza di vivere, la vergogna di non stare bene «senza un motivo». Pur avendo alle spalle un’esperienza decennale nel documentario, al 143 sono entrata ancora più in profondità nell’animo umano.
Molte di queste voci portano una sofferenza psichica. Spesso fa meno rumore di altre, ma pesa di più, perché è difficile da dire e ancora più difficile da far capire. Chi la vive si sente dire di continuo come dovrebbe sentirsi; molto più raramente qualcuno gli chiede come si sente davvero, e poi aspetta la risposta.
Ho imparato che in quei momenti non servono risposte ragionevoli. Serve restare. Lasciare spazio alle parole, ai tempi, ai silenzi. Non giudicare, non minimizzare, non affrettarsi a consolare. E ho imparato anche una forma di umiltà che il mio mestiere non sempre concede: al telefono non c’è nulla da portare a casa, nessuna storia da montare, nessun finale da scegliere. La storia resta a chi la racconta.
Da documentarista continuo a credere che raccontare le storie in pubblico, a volto scoperto, aiuti a combattere lo stigma che ancora circonda la salute mentale.
Da ex volontaria so che serve anche l’altra metà: un luogo discreto, aperto giorno e notte, dove si può parlare senza essere visti. Nessuna delle due basta da sola.