Quando tutti sanno: chi ascolta, chi protegge, chi agisce?
Presentata da: Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini per Più Donne
Data: 20 agosto 2026
Numero:
Motivazione riguardo l’interesse pubblico e l’urgenza [cfr. art. 97 cpv. 1 ultima frase LGC]
L’urgenza e l’interesse pubblico derivano non soltanto dalla gravità e dalla successione dei fatti emersi nelle ultime settimane, ma anche dal clima che inevitabilmente si sta creando nell’opinione pubblica. La donna trovata morta nelle acque del Ceresio è la stessa che aveva reso pubbliche registrazioni nelle quali, oltre a espressioni riferite alla violenza fisica, veniva evocata la possibilità di ricorrere a un «amico di Milano» che avrebbe potuto contribuire a «risolvere» un problema tramite altre persone. A ciò si aggiunge quanto emerso dopo il decesso, ossia che la donna avrebbe denunciato una violenta aggressione pochi giorni prima della propria morte. Non compete alla politica stabilire né suggerire l’esistenza di un collegamento tra questi fatti e il decesso. Proprio per questo è però urgente che siano le istituzioni a fare chiarezza e a dare risposte credibili.
In assenza di risposte, vi è infatti il concreto rischio che nell’opinione pubblica si diffonda e si consolidi una percezione estremamente pericolosa per uno Stato di diritto: che esporsi, denunciare o rendere pubblici fatti riguardanti persone in posizione di potere possa comportare conseguenze deleterie e che, in definitiva, sia più sicuro tacere.
Indipendentemente da ciò che gli accertamenti stabiliranno nel caso concreto, una simile percezione avrebbe già di per sé conseguenze gravissime, perché potrebbe scoraggiare altre persone dal denunciare violenze, pressioni, abusi o comportamenti illeciti.
È quindi urgente che le istituzioni dimostrino con i fatti che chi parla non viene lasciato solo, chi segnala viene ascoltato e chi denuncia può confidare nella protezione dello Stato, indipendentemente dalla posizione o dal potere delle persone coinvolte. L’urgenza consiste anche in questo: evitare che il silenzio venga percepito come la scelta più sicura.
Testo:
La tragica morte della 52enne che aveva reso pubbliche le registrazioni delle conversazioni con l’allora Consigliere di Stato Claudio Zali solleva interrogativi ai quali dovranno innanzitutto rispondere gli accertamenti in corso.
Un’interpellanza parlamentare già depositata chiede di fare piena luce sulle circostanze del decesso, sui precedenti procedimenti giudiziari, sull’aggressione denunciata dalla donna pochi giorni prima della morte e sull’operato delle autorità giudiziarie.
Non intendiamo sovrapporci a quelle domande.
Vogliamo porne altre.
Perché questa vicenda pone una questione che precede la morte della donna e che va ben oltre il singolo caso:
che cosa accade, nel nostro Cantone, quando più persone, esponenti politici e istituzioni vengono a conoscenza di segnali che possono indicare paura, violenza, minacce, pressioni o una situazione di particolare vulnerabilità?
I. In molti sapevano
Gli audio non erano rimasti confinati nella sfera privata.
La loro esistenza e il loro contenuto erano conosciuti nel mondo politico prima che la vicenda assumesse le dimensioni successivamente raggiunte.
I presidenti di almeno tre partiti di Governo – PLR, Centro e PS – erano venuti a conoscenza delle registrazioni e avevano ritenuto il loro contenuto sufficientemente grave da chiedere chiarimenti tramite una lettera a Claudio Zali.
Secondo quanto emerso pubblicamente, la donna aveva inoltre raccontato precedentemente la propria versione dei fatti anche ad altri esponenti politici.
Non intendiamo attribuire a chi era a conoscenza di queste informazioni la capacità di prevedere quanto sarebbe successivamente accaduto.
Sarebbe ingiusto e privo di fondamento.
Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda diversa e molto più generale:
Quando si sa, che cosa si deve fare?
Dove termina la responsabilità personale di chi riceve un’informazione e dove comincia quella istituzionale?
È sufficiente chiedere spiegazioni alla persona chiamata in causa oppure, quando dai fatti conosciuti emergono elementi di violenza, paura o possibile vulnerabilità, qualcuno deve preoccuparsi anche della persona che sta parlando?
II. Sapere non può essere la fine del percorso
Questa domanda diventa ancora più importante alla luce di un ulteriore elemento emerso dopo la morte.
Secondo le informazioni rese pubbliche, circa dieci giorni prima del decesso la donna aveva denunciato una violenta aggressione a Melide, per la quale aveva dovuto ricorrere a cure ospedaliere.
Non affermiamo e non intendiamo insinuare che esista un collegamento tra quell’aggressione, la vicenda degli audio e la successiva morte della donna. Accertare i fatti compete esclusivamente agli inquirenti.
La domanda che poniamo è un’altra:
dopo quell’aggressione qualcuno ha valutato se questa donna avesse paura e se fosse in pericolo?
Qualcuno ha ricostruito la sua situazione complessiva, incluso il contesto familiare?
Qualcuno ha messo insieme ciò che eventualmente sapevano la Polizia, la Magistratura, i servizi che avevano avuto contatti con lei e le persone che nel mondo politico erano state informate della vicenda?
Le è stato chiesto se temesse nuove aggressioni, pressioni o ritorsioni?
Le è stata proposta una forma di protezione o un accompagnamento?
Sono domande che non riguardano soltanto questa donna.
Riguardano il funzionamento del nostro sistema.
III. Quando tutti conoscono un pezzo ma nessuno vede il quadro
Troppo spesso, dopo un fatto grave, scopriamo che qualcuno sapeva.
Un collega sapeva qualcosa. Un superiore aveva ricevuto una segnalazione. Un servizio disponeva di un’informazione. Un’autorità ne possedeva un’altra. Un politico aveva ricevuto una confidenza.
Presi singolarmente, questi elementi possono apparire insufficienti.
Ma chi ha il compito di metterli insieme?
Uno Stato non può limitarsi a raccogliere frammenti. Deve essere capace di riconoscere un quadro quando i frammenti cominciano ad accumularsi.
E questo vale ancora di più quando la persona della quale si parla occupa una posizione di potere politico, istituzionale, amministrativo o professionale.
In questi casi chi segnala può trovarsi in una posizione di evidente asimmetria a suo svantaggio.
Per questo le garanzie non dovrebbero diminuire.
Dovrebbero aumentare.
IV. Quando chi parla diventa il problema
Esiste poi un altro meccanismo sul quale riteniamo necessario interrogarsi.
Quando qualcuno denuncia comportamenti inappropriati, pressioni, minacce, violenze o abusi riconducibili a persone dotate di maggiore potere, può accadere che progressivamente l’attenzione si sposti dai fatti raccontati alla persona che li racconta.
Si comincia a parlare del suo carattere, delle sue relazioni, della sua vita privata, delle sue fragilità vere o presunte, della sua affidabilità o della sua adeguatezza.
A poco a poco non si discute più di ciò che quella persona ha detto.
Si discute di quella persona.
È un meccanismo particolarmente pericoloso perché una persona può essere fragile, contraddittoria, avere commesso errori, avere un carattere difficile o condurre una vita che altri non condividono e, contemporaneamente, dire la verità su fatti che devono essere verificati.
La credibilità di una segnalazione deve essere accertata attraverso i fatti, i riscontri e gli elementi oggettivi disponibili, non attraverso un giudizio complessivo sulla persona che segnala.
Questo rischio assume una dimensione particolare in una realtà relativamente piccola come il Ticino, nella quale reti politiche, professionali, amministrative e personali inevitabilmente si incrociano e nella quale giudizi e reputazioni possono circolare rapidamente.
Il meccanismo può diventare perverso:
più una persona parla, più diventa essa stessa oggetto di discussione; più viene descritta come problematica, meno viene ascoltato ciò che sta dicendo.
Perché proteggere chi segnala non significa soltanto proteggerne, quando necessario, l’incolumità fisica.
Significa anche garantire che chi parla non venga trasformato nel problema al posto del problema che ha segnalato.
V. Non è soltanto una questione di Magistratura
Sarebbe riduttivo trasformare anche questa vicenda esclusivamente in una verifica dell’operato della Magistratura.
La responsabilità di costruire una cultura nella quale le persone possano segnalare senza paura riguarda l’intero sistema: Governo, amministrazione, Polizia, Magistratura, servizi sanitari e sociali e, nei rispettivi ruoli, anche chi esercita responsabilità politiche.
La domanda che questa vicenda lascia al nostro Cantone è quindi molto più ampia:
siamo realmente capaci di ascoltare una persona quando parla, oppure diventiamo capaci di ricostruire i segnali soltanto dopo che è successo qualcosa di grave?
Non chiediamo di stabilire responsabilità individuali che spetta ad altre autorità accertare.
Chiediamo di stabilire quali siano le responsabilità di ciascuno quando ancora c’è la possibilità di intervenire.
Conoscere un fatto non significa poter prevedere ciò che accadrà.
Ma quando informazioni, segnalazioni e segnali cominciano ad accumularsi, le istituzioni devono possedere gli strumenti per riconoscerli, valutarli e, se necessario, intervenire.
Non possiamo continuare a domandarci, dopo ogni vicenda grave, chi sapesse. Dobbiamo finalmente stabilire che cosa deve fare chi sa.
E dobbiamo garantire che chi parla non finisca per diventare il problema al posto del problema che ha denunciato.
VI. Domande
Alla luce di quanto precede chiediamo al Consiglio di Stato:
1. Dopo la diffusione degli audio e l’emersione pubblica della vicenda è stata effettuata, da parte di qualche autorità o servizio competente, una valutazione della possibile situazione di rischio o vulnerabilità della donna e del suo contesto familiare? In caso affermativo, da chi e secondo quale procedura? In caso negativo, perché?
2. Alla donna e al suo contesto familiare è stata proposta una misura di protezione, un accompagnamento o la presa di contatto con servizi specializzati? In caso negativo, sulla base di quale valutazione?
3. Esistono nel Cantone protocolli che stabiliscono quando Polizia, Magistratura, strutture sanitarie, servizi sociali e altre autorità debbano mettere in relazione, nei limiti consentiti dalla legge, informazioni provenienti da fonti diverse al fine di valutare complessivamente una situazione di rischio?
4. Quando segnalazioni relative alla medesima persona o al medesimo contesto vengono raccolte in momenti diversi da autorità o servizi differenti, chi ha concretamente la responsabilità di ricomporre il quadro complessivo?
5. Esistono procedure o garanzie supplementari quando una persona denuncia violenze, minacce, pressioni o comportamenti potenzialmente abusivi riconducibili a persone che esercitano un’importante funzione politica, istituzionale o amministrativa? In caso negativo, il Governo ritiene necessario introdurle?
6. Quali doveri incombono a membri del Governo, del Gran Consiglio, alti funzionari o altre Autorità istituzionali come Municipi e Consigli comunali che vengano direttamente a conoscenza di fatti dai quali potrebbe emergere una situazione di violenza, minaccia o concreto pericolo per una persona? Esistono leggi e direttive che stabiliscono quando e a chi tali informazioni debbano essere trasmesse?
7. Quali strumenti e procedure esistono affinché, nella valutazione di una denuncia o di una segnalazione, eventuali giudizi sulla personalità, sul carattere, sulla vita privata, sulle relazioni o sulla reputazione di chi segnala non finiscano per sostituirsi alla verifica oggettiva dei fatti riferiti?
8. Il Consiglio di Stato riconosce il rischio che, soprattutto in una realtà territoriale relativamente piccola nella quale reti politiche, professionali, amministrative e personali possono sovrapporsi, una persona che segnala comportamenti riconducibili a persone in posizione di potere possa essere delegittimata, isolata o descritta come poco credibile proprio in conseguenza della propria segnalazione? Quali strumenti esistono per prevenire tale fenomeno?
9. Qualora nel corso della gestione di una segnalazione emergesse che informazioni personali, giudizi denigratori o elementi estranei ai fatti segnalati siano stati diffusi all’interno dell’Amministrazione o verso terzi con l’effetto di screditare chi segnala, esistono procedure per accertarne l’origine e le eventuali responsabilità?
10. Esiste oggi un interlocutore realmente indipendente al quale una persona possa rivolgersi quando teme che una propria segnalazione non venga adeguatamente considerata proprio perché riguarda qualcuno che occupa una posizione di potere? In caso negativo, il Governo ritiene necessario istituirlo?
11. Il Governo intende verificare se negli ultimi anni vi siano stati casi nei quali, dopo un evento grave, sia emerso che segnali, denunce o richieste d’aiuto erano già precedentemente conosciuti da una o più autorità o istituzioni senza che fosse stata effettuata una valutazione complessiva della situazione?
12. Più in generale, ritiene il Consiglio di Stato che quanto emerso imponga una riflessione non soltanto sulle procedure, ma sulla cultura istituzionale dell’ascolto, della segnalazione e della protezione di chi parla, soprattutto quando dall’altra parte si trovano persone dotate di maggiore potere?















