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Le ultime news di ETiCinforma.ch

  • Interpellanza Più Donne ¦ Nuovo caso di presunte molestie alla RSI: basta mezze risposte!

    RBoss
    Ago 17, 2026
    #fatotreetc, basta mezze risposto, eticinforma.ch, governo deve intervenire, interpellanza, molestie alla RSI, piu donne
    0

    Nuovo caso di presunte molestie alla RSI: basta mezze risposte! Il Governo deve prevenire, non soltanto reagire.

    Presentata da: Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini per Più Donne

    Data: 17 agosto 2026
    Numero: Non compilare (Viene compilato dai Servizi)
    Motivazione riguardo l’interesse pubblico e l’urgenza [cfr. art. 97 cpv. 1 ultima frase LGC]

    La questione riveste un evidente interesse pubblico.
    La RSI svolge un mandato di servizio pubblico e rappresenta un’istituzione di particolare rilevanza per la Svizzera italiana. La tutela dell’integrità personale sul posto di lavoro riguarda pertanto non soltanto i singoli casi, ma anche la credibilità e l’effettiva affidabilità delle misure adottate da un’organizzazione che opera nell’ambito del servizio pubblico.
    Dopo i fatti emersi nel 2020, la RSI e la SSR hanno introdotto nuove misure di prevenzione, segnalazione e gestione delle situazioni di molestie e di comportamenti lesivi dell’integrità personale. A fronte di un nuovo caso emerso nel 2026, il Parlamento deve poter verificare se tali misure abbiano effettivamente prodotto i risultati dichiarati.
    L’interesse pubblico riguarda inoltre il ruolo del Cantone. Il Consiglio di Stato afferma infatti di seguire l’evoluzione della situazione attraverso i propri rappresentanti nella SSR.CORSI. Il Gran Consiglio deve pertanto poter comprendere quali informazioni siano effettivamente disponibili al Governo e quale funzione concreta svolga questo canale istituzionale.
    L’urgenza deriva dalla necessità di fare chiarezza immediatamente e non a posteriori, in una situazione nella quale gli accertamenti relativi al nuovo caso risultano conclusi e il Consiglio di Stato ha appena assunto una posizione precisa sull’opportunità di non promuovere alcuna verifica indipendente.
    Gli accertamenti interni avviati dalla RSI a seguito delle segnalazioni risultano conclusi e, il 16 luglio 2026, la RSI ha comunicato di avere raggiunto con il collaboratore interessato un accordo per lo scioglimento del rapporto di lavoro. Non si tratta quindi più di intervenire su un procedimento in corso o di interferire con accertamenti ancora pendenti.
    Il momento per valutare l’efficacia delle misure adottate dopo il 2020 è pertanto quello attuale. Nonostante la conclusione degli accertamenti, il Consiglio di Stato non ha fornito elementi che permettano al Gran Consiglio di comprendere che cosa sia emerso dal caso, in termini generali e nel rispetto della tutela della personalità, né in che modo quanto accaduto sia stato valutato rispetto all’efficacia delle misure introdotte dopo il 2020.
    L’urgenza è resa ancora più evidente dalla risposta appena fornita dal Governo alla nostra interrogazione n. 103.26. Da un lato, il Consiglio di Stato afferma che la RSI ha adottato la «quasi totalità delle raccomandazioni» formulate dopo il 2020 e che i sondaggi evidenziano un «progressivo consolidamento della fiducia negli strumenti di protezione». Dall’altro, non indica quali raccomandazioni siano rimaste inevase, non fornisce dati che permettano di verificare il presunto aumento della fiducia e non espone elementi oggettivi sulla base dei quali possa essere valutata l’efficacia delle misure.
    Nello stesso momento, il Governo ha escluso la necessità di una verifica indipendente presso gli organi competenti della SSR e della SSR.CORSI.
    Questa decisione non può essere lasciata senza un chiarimento parlamentare: se il Governo ritiene che le misure adottate siano efficaci, deve poter indicare su quali elementi oggettivi fonda tale valutazione; se tali elementi non sono disponibili, deve spiegare perché ritiene comunque superflua una verifica indipendente.
    L’urgenza dell’interpellanza deriva quindi dalla necessità che il Gran Consiglio possa valutare tempestivamente una posizione appena assunta dal Governo, relativa a un problema che ha nuovamente dimostrato la propria attualità, prima che la questione venga archiviata come un semplice episodio isolato.
    Non si tratta dunque di chiedere al Governo di intervenire su un procedimento ancora in corso, bensì di chiedergli conto, ora che il caso è definito e che il Governo ha espresso la propria posizione, dell’effettiva efficacia delle misure adottate e delle ragioni per cui esclude una verifica indipendente.
    Il ricorso allo strumento dell’interpellanza è pertanto giustificato dalla contemporaneità di tre circostanze: la conclusione degli accertamenti sul nuovo caso, le lacune informative emerse dalla risposta del Governo e la recente decisione del Consiglio di Stato di non promuovere una verifica indipendente. Rimandare il chiarimento a un successivo momento significherebbe rinunciare proprio alla possibilità di discutere tempestivamente se, a fronte di un nuovo caso, le misure introdotte dopo il 2020 siano effettivamente sufficienti.

    Testo:
    Il Governo dice che le misure funzionano. Ma su quali basi?
    Con l’interrogazione n. 103.26 del 10 giugno 2026 avevamo chiesto al Consiglio di Stato di fare chiarezza sulle misure adottate dalla RSI dopo i casi emersi nel 2020 e, soprattutto, sulla loro effettiva efficacia alla luce di un nuovo caso di presunte molestie.
    La risposta del Governo, contenuta nella RG n. 3833 del 5 agosto 2026, non chiarisce il punto centrale.
    Anzi, solleva ulteriori interrogativi.
    Il Consiglio di Stato afferma che la RSI ha adottato la «quasi totalità delle raccomandazioni degli esperti» formulate dopo il 2020, ma non dice quali raccomandazioni siano rimaste inevase. Afferma inoltre che i sondaggi sul clima di lavoro mostrerebbero un «progressivo consolidamento della fiducia negli strumenti di protezione», ma non fornisce alcun dato che permetta al Parlamento di verificare questa affermazione.
    Infine, di fronte al nuovo caso, il Governo considera il fatto che le segnalazioni siano state raccolte e che abbiano portato alla sospensione cautelare del collaboratore come un’indicazione del buon funzionamento dei protocolli.
    Ma la capacità di reagire a una segnalazione non equivale all’efficacia della prevenzione.
    Il punto è precisamente questo: dopo quanto accaduto nel 2020, le misure introdotte dalla RSI sono state sufficienti a prevenire e intercettare efficacemente comportamenti lesivi dell’integrità personale? E, alla luce del nuovo caso, come può il Governo affermare che il sistema funziona se non mette a disposizione del Parlamento elementi concreti per dimostrarlo?
    La risposta del Consiglio di Stato è particolarmente problematica anche per un’altra ragione.
    Il Governo afferma di «seguire l’evoluzione della situazione e le linee d’intervento» attraverso i propri rappresentanti nella SSR.CORSI. Nello stesso tempo precisa di non ricevere flussi informativi diretti o rapporti interni della RSI.
    Dunque: che cosa sa realmente il Governo?
    Se il canale attraverso la SSR.CORSI consente al Cantone di seguire la situazione, il Parlamento deve poter sapere quali informazioni concrete siano state acquisite attraverso questo canale e su quali elementi il Governo fondi le proprie valutazioni.
    Ancora più difficile da comprendere è la posizione assunta sulla verifica indipendente.
    Alla domanda se intendesse attivarsi presso gli organi competenti della SSR e della SSR.CORSI affinché fosse verificata in modo indipendente l’efficacia delle misure adottate, il Consiglio di Stato ha risposto semplicemente:
    «Il Consiglio di Stato non ritiene di doversi attivare per i motivi indicati nella premessa».
    Una risposta che non risolve la questione.
    Non abbiamo chiesto al Governo di esercitare una vigilanza diretta sulla RSI, che non gli compete. Abbiamo chiesto se intendesse utilizzare il proprio canale istituzionale presso la SSR.CORSI per sollecitare una verifica indipendente, lasciando agli organi competenti ogni decisione in merito.
    Il Governo non spiega perché non ritenga nemmeno opportuno farlo.
    E questo non può essere liquidato con un semplice richiamo alla mancanza di competenza diretta sulla RSI.

    Quando il Governo parla di «priorità», servono fatti
    Il tema assume un significato ancora più ampio.
    Quando si verifica un femminicidio o emerge un grave caso di violenza di genere, le istituzioni dichiarano giustamente che la prevenzione, la protezione delle vittime e il contrasto alla violenza sono una priorità.
    Ma una priorità non può essere soltanto una dichiarazione pronunciata dopo che qualcosa è accaduto.
    Deve tradursi nella disponibilità a verificare se le misure adottate funzionano davvero, a riconoscere eventuali lacune e ad agire per correggerle.
    Nel caso della RSI, dopo gli interventi annunciati a seguito dei fatti del 2020, il Governo oggi avrebbe l’occasione di verificare seriamente se quel sistema abbia funzionato.
    Invece ci viene detto che la «quasi totalità» delle raccomandazioni è stata attuata, che la fiducia si è consolidata e che il sistema ha funzionato perché una segnalazione ha prodotto una sospensione cautelare.
    Sono affermazioni, non una verifica dell’efficacia del sistema.
    Il Gran Consiglio non può limitarsi a prendere atto di rassicurazioni generiche proprio quando viene chiamato a valutare se misure introdotte dopo casi già emersi abbiano realmente raggiunto il loro scopo.
    E non dimentichiamo ciò che sta al centro di questa vicenda: dietro le segnalazioni vi sono persone che hanno denunciato comportamenti che ritenevano lesivi della propria integrità sul posto di lavoro. A queste persone non bastano procedure che si attivano quando il problema è già emerso. La repressione è necessaria, ma non basta. La tutela delle vittime passa prima di tutto dalla prevenzione.
    Il Governo non deve e non può accontentarsi di verificare che una segnalazione sia stata presa in carico. Deve chiedersi se il sistema sia stato in grado di prevenire, di proteggere e di evitare che situazioni di questo tipo si ripetano.
    Il Governo non deve accontentarsi. Noi di certo non ci accontentiamo. Basta vittime.
    Per questo chiediamo al Consiglio di Stato di rispondere in aula alle seguenti domande:

    Domande
    1. Su quali elementi oggettivi il Consiglio di Stato afferma che le misure introdotte dalla RSI dopo il 2020 sono efficaci?
    In particolare, come può il Governo sostenere che vi sia stato un «progressivo consolidamento della fiducia negli strumenti di protezione» se non fornisce alcun dato, né relativo alla RSI né relativo agli indicatori specificamente concernenti molestie, sicurezza sul posto di lavoro e fiducia nei meccanismi di segnalazione?
    2. Quali raccomandazioni formulate dopo le verifiche del 2020 non sono ancora state integralmente attuate?
    Il Governo parla di «quasi totalità delle raccomandazioni»: il Parlamento ha diritto di sapere quali siano quelle rimaste inevase e per quale motivo. Se nessuna di quelle non attuate è più ritenuta necessaria, il Governo lo dica esplicitamente. Se invece sono ancora pertinenti, perché non sono state completate?
    3. Se il Governo dichiara di «seguire l’evoluzione della situazione» attraverso i propri rappresentanti nella SSR.CORSI, quali informazioni concrete ha ricevuto dal 2020 a oggi sul funzionamento delle misure di prevenzione e tutela della RSI?
    E, soprattutto, sulla base di quali informazioni il Governo ritiene oggi di poter rassicurare il Parlamento sull’efficacia di tali misure?
    4. Per quale ragione il Consiglio di Stato rifiuta di utilizzare il proprio canale istituzionale presso la SSR.CORSI per sollecitare una verifica indipendente dell’efficacia delle misure adottate dopo il 2020?
    Alla luce del nuovo caso e delle lacune informative evidenziate nella stessa risposta governativa, il Consiglio di Stato è disposto a rivedere questa posizione?

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