“La precisione con la quale l’essere umano è in grado di percepire i volti mi ha sempre interessato. Non vi è motivo che si possa decriptare in maniera così accurata come l’espressione di un volto, forse quella di un corpo. Il volto è un sistema di segni che sin da bambini si impara a leggere” (Markus Raetz)
Sfoglio le pagine del bellissimo libro edito da Casagrande dedicato alla Chambre de lecture e provo nuovamente quella sensazione di sorpresa che solo un’opera di Markus Raetz sa dare. Si intitola “R”. Una sola lettera, anzi una linea, in fondo. Ma Raetz ci ha insegnato che una semplice linea può aprire un’infinità di mondi. Se una parola può diventare il suo opposto e una lepre può diventare Joseph Beuys, allora una linea può diventare una folla di persone.
Questo libro riporta le foto di tutti i 432 profili in fil di ferro realizzati dall’artista bernese in due anni, dal 2013 al 2015, esposti in questa grande installazione finora inedita. Visitare il foyer del Lac è un’esperienza sorprendente. “La vera arte è caratterizzata da un impulso irresistibile dell’artista”, diceva Albert Einstein. L’impulso di Raetz è senz’altro quello di stupire. Fa riflettere, fa sorridere anche, ma soprattutto stupisce. È una poesia.
La prima fonte di quest’opera è il Practical character reader, manuale del 1902 dove vengono analizzati i profili delle tipologie umane, donato a Raetz che da qui attinge molte delle sue fisionomie. Il resto viene dalla vita, dagli incontri casuali o meno che ci mettono faccia a faccia con l’altro. “Se la sera vedo un film con Anthony Hopkins – racconta l’artista – il giorno dopo avrò in mente la sua fisionomia o se poco prima di arrivare all’atelier incrocio qualcuno con un naso importante sarò istintivamente portato a modellare un profilo con un grosso naso”.
Grossi nasi, bocche aperte, espressioni di rabbia, sorriso, stupore, facce attonite, perplesse, felici. C’è di tutto nella Chambre de lecture, una serie di volti divisi in dodici gruppi, ciascuno di sei file per sei profili ognuna. L’impatto, entrando nella stanza, è fortissimo. All’inizio mi sono sentita circondata. Poi, ho iniziato a soffermarmi sui singoli profili. Lo sguardo generale porta pian piano a una indagine più intima.
Questi profili in filo metallico (i primi furono realizzati con le grucce da lavanderia) sono legati fra loro da un filo trasparente. Accadeva allora che a ogni mio movimento, l’aria si spostava e questo faceva muovere i profili. A volte tornavano linee indistinte, a volte si ponevano tutti in fila, altre volte sembravano dialogare, discutere persino, e poi darsi le spalle. I profili si animavano, prendevano vita.
Markus Raetz ha sempre avuto talento nell’animare volti da oggetti inanimati. Come nel 1984 quando creò Der Kopf, una serie di piloni in cemento nel prato del Merian park di Basilea che, cambiando prospettiva, mostrano un volto umano. Volti dal cemento, volti da foglie di eucalipto, volti da fili di ferro. Raetz indaga come nessuno la mutevolezza delle percezioni ma stavolta va oltre, scruta le espressioni. Ciò che rappresentano e ciò che nascondono. È passato molto tempo da quando per guadagnarsi da vivere realizzava caricature. Ma la sua passione infinita per il volto e per lo studio di tutte le sue espressioni è la stessa, sorprendente, un impulso irresistibile.
Fototesto di Nataliya Shtey Gilardoni














