Care amiche, cari amici, buona domenica!
Buona domenica delle palme. Il sole splende, ma soffia anche il vento!
A differenza di quello che avevamo anticipato, testeremo un nuovo metodo di invio della Newsletter dopo Pasqua (anzi se avete suggerimenti, scrivetemi in privato 😉
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia dalla variazione del prezzo dell’oro. A gennaio 2026 l’oro aveva superato i 5’500 dollari l’oncia, spinto da tensioni geopolitiche e dagli acquisti delle banche centrali (CHF 4’370; l’oncia è l’unità di misura standard ed equivale a 31,1035 grammi). Poi, tra il 23 e il 24 marzo,è arrivato un calo molto brusco:circa il –10% in un mese, con prezzi scesi intorno ai 4’400 dollari (CHF 3’500). Per capire cosa succede, bisogna ricordare due relazioni semplici. L’oro si muove spesso al contrario rispetto al dollaro e ai tassi d’interesse reali. Quando il dollaro si rafforza (per esempio, quando l’indice DXY che misura la forza del dollaro rispetto a un paniere di altre valute importanti sale sopra 108) l’oro diventa più caro per chi compra in altre valute e quindi la domanda si riduce. Allo stesso tempo, se salgono i rendimenti dei titoli di Stato americani, detenere obbligazioni torna interessante visto che offrono un rendimento positivo, mentre l’oro no. A questo punto la domanda e l’offerta fanno il loro corso. Gli investitori che avevano comprato oro iniziano a perdere il loro profitto. I mercati dei futures (contratti che ti danno il diritto di comperare o vendere l’oro ad un certo prezzo in futuro) amplificano il movimento attraverso vendite consistenti in poco tempo. Se poi ci sono posizioni a leva (cioè non devi mettere tutto il valore del contratto, ma solo una parte), bastano piccoli cali perché ti si chieda di aumentare la quota del contratto (margin call). Se non viene fatto, i futures vengono venduti automaticamente sul mercato e quindi si generano tantissime vendite che aumentano l’offerta e fanno ridurre il prezzo. Questo significa: meno domanda, più alternative remunerative, vendite tecniche. Il prezzo scende. I mercati delle materie prime (commodity) sono volatili per natura. Dopo una fase di forte salita, delle correzioni del 10–15% non sono strane, ma fanno parte del ciclo. In gergo si parla di “mean reversion”: i prezzi tendono a tornare verso livelli più equilibrati dopo eccessi, in un senso o nell’altro.
E restiamo negli Stati Uniti dove anche una firma su una banconota può diventare una questione economica interessante. Il 26 marzo 2026 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato che la firma del presidente Donald Trump comparirà sulle nuove banconote in dollari, a partire da quelle da 100 dollari. Accanto ci sarà quella del Segretario al Tesoro, Scott Bessent. Sparisce invece, per la prima volta dal 1861, la firma del Tesoriere degli Stati Uniti. La motivazione ufficiale è celebrativa: il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Il design delle banconote resta lo stesso, cambia solo la firma. Ma è proprio questo il punto: un cambiamento minimo sul piano grafico, ma che non è per forza neutro sul piano istituzionale. La moneta, in economia, non è solo un mezzo di pagamento. È anche un simbolo di fiducia. Quando accettiamo un dollaro, non guardiamo il pezzo di carta: ci fidiamo dell’istituzione che lo emette. Per questo, nel tempo, si è costruita una certa “neutralità” della valuta. Le firme presenti sulle banconote sono firme amministrative che riflettono la continuità dello Stato più che la figura politica del momento. Inserire la firma di un presidente in carica rompe questa distinzione ed è una scelta che potrebbe spostare, anche se di poco, il baricentro simbolico della moneta: da istituzione a leadership. Le reazioni vanno in questa direzione. Alcuni parlano di mossa di marketing, altri di gesto patriottico. Ma al di là delle opinioni, il punto economico è un altro: quanto è importante mantenere la percezione di indipendenza e stabilità delle istituzioni monetarie? In condizioni normali, probabilmente questo tipo di cambiamento non altera il valore del dollaro. I mercati guardano a inflazione, tassi, crescita, non alle firme. Bisognerà vedere nel lungo periodo: nelle istituzioni economiche la forma conta quasi quanto la sostanza. Perché la fiducia non dipende solo dai numeri, ma anche dalla credibilità delle istituzioni nel tempo.
E di conservazione nel tempo si parla a Zurigo dove si discute dell’apertura di un McDonald’s in un centro storico. Il progetto riguarda Limmatquai 48, nel cuore della città, dove McDonald’s intende aprire una nuova filiale; dal lato formale, il percorso è standard, con autorizzazioni e adattamenti, ma questo non ha evitato una reazione netta da parte di residenti, associazioni di quartiere e alcune corporazioni. La mobilitazione è concreta, con circa 1’600 firme raccolte e la prospettiva di ricorsi. Le critiche sono legate alla tutela dell’edificio, al rumore, ai rifiuti, al traffico; esternalità tipiche di attività ad alta rotazione. Sono costi locali, concentrati su chi vive nella zona, mentre i benefici (occupazione, offerta commerciale, rendita immobiliare) sono distribuiti diversamente. Ed è qui che il caso diventa interessante dal punto di vista economico. Non è un problema di legalità, ma di allocazione: chi decide l’uso “migliore” di uno spazio con alto valore simbolico ed economico? Il mercato, che premia la redditività, oppure la regolamentazione pubblica, che prova a internalizzare gli effetti sul contesto? I centri storici funzionano come ecosistemi: il loro valore dipende anche dalla composizione delle attività. Se cambia troppo o in modo incoerente, si rischia una perdita di unicità che nel tempo riduce il valore dell’area. D’altra parte, bloccare nuovi ingressi ha un costo opposto: meno concorrenza, meno accessibilità dei prezzi, rischio di un centro più selettivo e meno dinamico. Il problema tocca molti centri urbani: bilanciare la libertà economica, la qualità dello spazio e il valore nel lungo periodo. In sintesi, è un classico trade-off: più apertura con rischio di omologazione, oppure più protezione con rischio di irrigidimento. La decisione finale dirà quale modello di gestione del centro storico Zurigo intende adottare.
E chiudiamo con l’adozione dell’ora legale di cui abbiamo parlato nel nostro articolo settimanale “Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?”. Abbiamo raccontato come nasce l’idea nel 1784 con Benjamin Franklin, che in una lettera provocatoria prende in giro i parigini perché si alzano troppo tardi e sprecano la luce del sole. Da lì nasce un dibattito che, ancora oggi, resta aperto sull’utilità dell’ora legale.
Trovate qui gli articoli della settimana
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Gli effetti concreti della guerra in Iran
Benzina, ma quanto ci costi?
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
Ticino: siamo sempre i più poveri
L’imposizione individuale, specchio di una società che cambia
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Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Gli effetti concreti della guerra in Iran
Benzina, ma quanto ci costi?
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata
Ticino: siamo sempre i più poveri
In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















