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Care amiche, cari amici, buona domenica!
L’autunno è proprio arrivato, quindi non ci resta che consolarci con i colori e i sapori che allieteranno le nostre settimane a venire.
Un rapido aggiornamento rispetto a una notizia che abbiamo dato qualche tempo fa: il Parlamento greco ha approvato questa settimana la legge che consente a determinate condizioni di lavorare fino a 13 ore al giorno. E di lavoro parleremo anche nel resto della nostra newsletter.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia dicendo che domani 20 ottobre è la Giornata mondiale della Statistica. Per la Svizzera, quest’anno coincide con due compleanni: 175 anni dal primo censimento federale e 165 dalla nascita dell’Ufficio statistico federale. Quel primo censimento fu voluto da Stefano Franscini, ticinese nato a Bodio, uno dei primi Consiglieri federali e capo del Dipartimento dell’Interno. Questo fu il primo atto ufficiale di statistica del “nuovo” Stato svizzero. Non si limitò al conteggio degli abitanti, ma raccolse dati su sesso, età, stato civile, professione, appartenenza religiosa. Un gesto “tecnico” che ha plasmato la nostra democrazia. Nel 1860 nasce il primo Ufficio statistico federale; nel 1870 la prima legge che obbliga tutti i cantoni a raccogliere dati in modo comparabile; nel 1891 il primo Annuario statistico; poi la modernizzazione del 1992, la Carta della statistica 2002 che sancisce indipendenza e trasparenza; infine, dal 2010, il passaggio al censimento continuo basato sui registri comunali: minori costi e qualità maggiore. Perché importa? Perché senza statistica si governa a sensazione. Parlare di premi di cassa malati, AVS, migrazione, asili nido, mercato del lavoro o invecchiamento senza dati significa discutere di ideologia, non di realtà. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi (e alcuni purtroppo, continuano sulla stessa linea). I dati non sono un lusso tecnocratico, sono la condizione per decisioni pubbliche verificabili. La democrazia non funziona perché votiamo: funziona perché votiamo sapendo su cosa stiamo votando. La statistica non “racconta tutto”, ma impedisce la cosa peggiore: che alla fine vinca chi urla di più invece di chi argomenta meglio. Franscini lo aveva capito nel 1850: il governo deve basarsi su informazioni strutturate e comparabili, non su percezioni. Franscini sapeva che uno Stato moderno non si può governare “con la pancia”. Uno Stato equo non nasce da opinioni ben espresse, ma da fatti ben misurati.
A misurare e prevedere con metodo è la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO). Secondo le sue stime, il Prodotto interno lordo (PIL) svizzero, che è il valore dei beni e dei servizi prodotti in un anno nel Paese, dovrebbe crescere dell’1,3% nel 2025, confermando le previsioni precedenti. Per il 2026 invece la crescita è stata rivista al ribasso allo 0,9%. Le ragioni principali sono legate all’instabilità geopolitica e soprattutto ai dazi applicati dall’amministrazione Trump ai prodotti svizzeri. Non a caso, per il prossimo anno si prevede un calo delle esportazioni dello 0,5%. È un dato che non ci lascia indifferenti perché la Svizzera è una nazione esportatrice netta: vendere all’estero di più di quello che comperiamo ci consente di tenere migliaia di posti di lavoro nei nostri territori. Sì, perché circa il 12% del nostro PIL dipende proprio da questa capacità. Fortunatamente i consumi privati sembrano tenere (+1.3%) e questo ci consente di limitare i danni poiché la spesa delle famiglie rappresenta ben il 50% di tutto quanto prodotto. Al contrario, la spesa pubblica dovrebbe rallentare (+0,4%), segnale che Confederazione, Cantoni e Comuni dovranno contenere i bilanci. Sul fronte degli investimenti segnaliamo una certa progressione per quelli legati alle costruzioni (+1.8%), ma anche per i beni di equipaggiamento (pensiamo ai macchinari per semplificarci le idee, +0.5%). I prezzi restano stabili, ma il vero punto critico sarà il mercato del lavoro: la creazione di nuovi impieghi sarà minima (+0,2%) e la disoccupazione è attesa in aumento dal 2.9% al 3.2%.
E purtroppo i licenziamenti sono già iniziati. Questa settimana Nestlé, uno dei maggiori gruppi alimentari al mondo che opera in 180 Paesi e conta 277 mila collaboratori, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede 16 mila licenziamenti nel mondo entro il 2027. La misura, la più grande negli ultimi decenni, è stata comunicata dal nuovo amministratore delegato Philipp Navratil. La riduzione tocca 12 mila impiegati e quadri e 4 mila posti nella produzione e logistica. L’obiettivo dichiarato è risparmiare 3 miliardi di franchi e rendere la struttura del gruppo più snella, puntando su digitalizzazione e riduzione dei costi. Navratil ha motivato la decisione con una frase secca: “Il mondo sta cambiando e Nestlé deve cambiare più rapidamente”. Il contesto non è tra i migliori: inflazione, costi delle materie prime e una domanda debole hanno ridotto dell1,9% il fatturato nei primi nove mesi del 2025 portandolo a poco meno di 66 miliardi di franchi. Come spesso accade in queste circostanze drammatiche per chi il lavoro lo perde, in Borsa il mercato ha premiato l’annuncio: il titolo ha guadagnato fino al 9% a Zurigo, segnale che gli investitori leggono i tagli come un’azione di correzione voluta e sperata. Se in Europa alcune misure erano già iniziate, con chiusure in Germania e tagli localizzati, l’impatto per la Svizzera non è ancora noto. Il gruppo impiega 8’600 persone nel Paese. A tutte le famiglie che vivono nell’incertezza di questi ridimensionamenti, la nostra massima solidarietà.
E solidarietà e qualche consiglio abbiamo provato a darlo nel nostro articolo settimanale “Una pensione a metà per chi lavora a metà” in cui abbiamo parlato del rischio di essere sotto assicurati rispetto alla previdenza professionale e in particolare al II pilastro. Questo perché il sistema è pensato per un mondo del lavoro a tempo pieno, stabile, con ruoli familiari tradizionali. Visto che la società è evoluta nel tempo, sarà necessaria un ripensamento globale che guardi anche al sistema sociale e a quello sanitario: invecchiare non è una malattia, ma il decorso naturale della vita.
Trovate qui gli articoli della settimana
Una pensione a metà per chi lavora a metà
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
La credibilità fiscale come variabile politica
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Trump, i dazi e la realtà: le Cassandre hanno sbagliato di nuovo
Cassa malati: il conto lo paghiamo noi
Cassa malati: tutti alla cassa!
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















