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Care amiche, cari amici, buona domenica!
A pochi giorni dal 7 ottobre, a due anni dall’attacco che ha sconvolto Israele e riacceso la guerra con Hamas, qualcosa sembra finalmente muoversi nel Medio Oriente. Quella data, segnata da violenza, paura e migliaia di vittime, resta una ferita profonda nella memoria collettiva. Oggi, però, dopo due anni di conflitto, distruzione e vite sospese, si intravede uno spiraglio di pace. È presto per parlare di pace definitiva, ma è la prima volta che si profila un percorso concreto verso un cessate il fuoco stabile e la liberazione degli ostaggi. Speriamo che sia la volta buona.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia inizia parlando di euro digitale. Secondo la presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Christine Lagarde, la nuova valuta europea potrebbe diventare realtà già entro il 2027, anticipando di due anni la tabella di marcia iniziale. “Dobbiamo muoverci velocemente”, ha spiegato Lagarde, per offrire una soluzione europea ai pagamenti digitali e ridurre la dipendenza da circuiti non europei, spesso costosi e meno controllabili. L’euro digitale sarà una valuta ufficiale emessa e garantita dalla BCE, destinata a convivere con il contante, non a sostituirlo. Potrà essere usato per i pagamenti quotidiani tramite banche, servizi digitali o anche uffici postali, senza bisogno di un conto bancario e senza costi per i cittadini. A differenza delle criptovalute come Bitcoin o delle stablecoin private, l’euro digitale non nasce da reti decentralizzate e non è soggetto a speculazione: 1 euro digitale varrà sempre 1 euro reale. Non servirà per investire o scommettere, ma per pagare in modo semplice, sicuro e con garanzie statali. Al contrario, la Svizzera sperimenta il franco digitale solo tra banche, non per i cittadini. Avviato nel 2023 e prolungato fino al 2027, il progetto serve a regolare transazioni digitali tra istituti finanziari. La Banca Nazionale Svizzera e il Consiglio federale escludono per ora una versione destinata al grande pubblico, giudicando i rischi superiori ai vantaggi.
E il calcolo tra vantaggi e svantaggi non mette d’accordo le parti in Grecia, dove si è svolto uno sciopero generale contro la riforma del lavoro. Il governo la presenta come strumento di flessibilità e modernizzazione, mentre i sindacati la considerano un arretramento nei diritti. Uno dei nodi centrali riguarda l’orario di lavoro: il testo introduce infatti la possibilità di arrivare fino a 13 ore al giorno, rispetto alle 8 ordinarie, per un massimo di 37 giorni all’anno e con un aumento del 40%. Per l’esecutivo è un’opportunità, specie per i giovani che vogliono lavorare di più; per i sindacati è sfruttamento. Un secondo punto è l’estensione della settimana lavorativa da 5 a 6 giorni. Le 40 ore settimanali potrebbero così essere distribuite diversamente, ma se combinate con le 13 ore giornaliere si rischierebbero 6 giornate molto lunghe. Anche in questo caso la riforma prevede un extra del 40%. Per il governo è un modo per contrastare il lavoro nero e sostenere turismo e industria nei momenti di picco, per i sindacati un ritorno indietro di un secolo, con più fatica e precarietà. Infine. c’è il tema della pensione. Oggi in Grecia il diritto ordinario scatta a 67 anni, con almeno 15 anni di contributi. In aggiunta, dal 2021 l’età è legata alla speranza di vita e può essere adeguata ogni 3 anni. La riforma propone di posticiparla volontariamente fino a 74 anni. Il confronto con altri paesi è significativo: in Svizzera l’età è 65 anni senza adeguamenti automatici, in Italia 67 con lo stesso meccanismo greco. È prevedibile che in Grecia lo scontro tra governo e sindacati continui, ma anche in Svizzera, almeno la discussione sull’età pensionabile, tornerà inevitabilmente a farsi sentire data la situazione finanziaria dei nostri sistemi previdenziali.
E un altro tema che dovrà presto essere affrontato è quello del carico fiscale e delle prestazioni sociali. Uno studio recente consente di confrontare la distribuzione del carico fiscale in Italia e in Ticino. E i dati parlano chiaro: in entrambi i casi, pochi contribuenti reggono gran parte del peso. In Italia, secondo l’Osservatorio Itinerari Previdenziali, il 43,15% degli italiani non ha redditi e vive a carico di qualcun altro. Su quasi 59 milioni di residenti, solo 33,5 milioni versano almeno 1 euro di IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, cioè la principale imposta su stipendi e pensioni. Quasi l’80% del gettito arriva da 11,6 milioni di contribuenti, poco più di un quarto del totale: una concentrazione che logora il ceto medio e alimenta squilibri. Uno schema simile emerge in Ticino (anno fiscale 2021). Su poco più di 212 mila contribuenti, quasi 50 mila (23,4%) erano esenti, mentre 5’600 persone con redditi oltre i 200 mila franchi (2,6%) generavano da sole oltre il 37% dell’imposta sul reddito. In totale, il 10% più ricco copriva quasi il 60% del gettito complessivo. Tutto questo va però letto insieme al sistema degli aiuti sociali: più persone dipendono dalle prestazioni pubbliche, più il peso si concentra su chi paga. Affinché il sistema regga serve un patto sociale forte, fondato su fiducia, responsabilità e sulla capacità di accettare che, in certi momenti, i sacrifici vadano fatti da tutti. Il messaggio è chiaro: il problema non è tanto la pressione fiscale in sé, ma chi paga davvero. Una minoranza sostiene la maggioranza, mentre ampie fasce restano fuori dal sistema. In Italia come in Ticino, questa concentrazione solleva domande sulla sostenibilità del welfare e richiede scelte politiche coraggiose: più equità, meno evasione, salari che crescano davvero. Perché la vera domanda, oggi, non è quanto paghiamo, ma quanto riceviamo in cambio e soprattutto quanto siamo disposti a fare la nostra parte perché il sistema tenga.
E di sistemi che non tengono abbiamo parlato nel nostro articolo settimanale “Shutdown, governi che cadono… e il Ticino?” in cui abbiamo approfondito il tema dello shutdown (blocco di tutte le attività pubbliche) negli Stati Uniti e delle finanze pubbliche francesi. Il tutto è stato messo in relazione con i dati presentati questa settimana dal governo cantonale sulle finanze pubbliche dei prossimi anni.
Trovate qui gli articoli della settimana
Shutdown, governi che cadono… e il Ticino?
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Trump, i dazi e la realtà: le Cassandre hanno sbagliato di nuovo
Cassa malati: il conto lo paghiamo noi
Cassa malati: tutti alla cassa!
Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA
Quando muoversi per primi diventa un errore
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Quando a dettare le regole sono gli altri – La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA
In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















