Care amiche, cari amici, buona domenica!
Ma avete visto che sole meraviglioso risplende oggi? E quindi, che ci fate davanti allo schermo? Abbandonate tutto e passate una splendida domenica all’aperto in compagnia dei vostri cari. Lo sentite l’odore di griglia che arriva dai vostri vicini?
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia con la notizia della nomina del nuovo presidente della Federal Reserve (FED), la banca centrale americana che succede a Jerome Powell. Kevin Warsh ha 56 anni, una formazione in politiche pubbliche e una laurea in giurisprudenza. Ha trascorso gran parte della sua carriera tra Wall Street, la Casa Bianca e la Federal Reserve. Ha iniziato come banchiere presso Morgan Stanley ed è già stato membro del Consiglio dei Governatori della Federal Reserve tra il 2006 e il 2011, durante la crisi finanziaria del 2008. Sul piano delle idee economiche viene generalmente descritto come un “falco” dell’inflazione. Ha spesso sostenuto che le banche centrali abbiano mantenuto politiche monetarie troppo espansive negli ultimi anni e ha criticato la gestione dell’inflazione successiva alla pandemia. Allo stesso tempo non appartiene alla categoria degli ideologi: la sua esperienza è soprattutto quella di uomo dei mercati finanziari e di gestore delle crisi. Un dettaglio curioso, ma economicamente rilevante: Warsh potrebbe essere il presidente della FED più ricco della storia moderna. Prima di assumere l’incarico ha dovuto vendere una parte consistente delle proprie partecipazioni finanziarie per rispettare le regole etiche della banca centrale. La sua nomina arriva in un momento particolarmente delicato: l’inflazione è tornata a salire, i prezzi dell’energia sono sotto pressione e i mercati stanno rivedendo le aspettative sui futuri tassi d’interesse. Tra le sue priorità figurano la riduzione del bilancio della FED e una maggiore attenzione alla stabilità dei prezzi.
Per l’Europa e per la Svizzera la questione è importante. Quando la FED mantiene tassi elevati, il dollaro tende a rafforzarsi, i costi di finanziamento restano più alti e le banche centrali degli altri Paesi dispongono di minori margini di manovra. In altre parole, molte decisioni prese a Washington finiscono per influenzare anche le imprese e le famiglie europee. La domanda è ora se la banca centrale americana ritenga conclusa la battaglia contro l’inflazione. Dai primi segnali, la risposta sembra essere no. Questo significa che il denaro potrebbe restare relativamente caro ancora per qualche tempo. La nomina di Warsh arriva inoltre in un momento in cui le grandi banche centrali sembrano confrontarsi con un problema comune. Anche Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, ha recentemente invitato i governi alla prudenza, chiedendo di limitare gli aiuti pubblici a misure temporanee e mirate. Una posizione che ha generato tensioni con alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, che chiedono maggiore flessibilità per sostenere famiglie, imprese e investimenti strategici. Il dibattito che si sta aprendo sulle due sponde dell’Atlantico è in fondo lo stesso: quanto spazio si può concedere alla spesa pubblica senza rischiare di riaccendere l’inflazione?
Tanta spesa pubblica è la risposta che ha dato di recente la Germania. Ma facciamo un passo indietro. Per anni la Germania è stata considerata la locomotiva economica d’Europa. Oggi quella locomotiva si è rimessa in movimento, ma procede ancora a velocità ridotta. Nel primo trimestre del 2026 l’economia tedesca è cresciuta dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. È un dato positivo, che conferma l’uscita dalla fase recessiva attraversata negli ultimi due anni. La crescita è stata sostenuta soprattutto dalle esportazioni e dalla spesa pubblica. Dietro questo segnale incoraggiante si nasconde però una realtà più complessa. I consumi delle famiglie rimangono deboli e molte imprese continuano a rinviare gli investimenti. In altre parole, la ripresa c’è, ma non è ancora abbastanza solida da far parlare di vero rilancio. La Germania continua, infatti, a confrontarsi con problemi strutturali importanti: costi energetici elevati, concorrenza cinese sempre più forte, carenza di manodopera qualificata e invecchiamento della popolazione. Per questo motivo gli economisti prevedono per il 2026 una crescita compresa tra lo 0,5% e l’1%. Ma la vera novità è politica prima ancora che economica. Dopo anni passati a predicare rigore di bilancio in tutta Europa, Berlino ha deciso di cambiare strada. Nel 2025 il Parlamento tedesco ha approvato una storica revisione delle regole fiscali, allentando il cosiddetto “freno al debito” e creando un fondo straordinario da 500 miliardi di euro per infrastrutture, energia, ricerca, scuola e digitalizzazione (455 miliardi CHF). In sostanza, la Germania ha riconosciuto che alcuni problemi non possono essere risolti soltanto aspettando il mercato. Quando famiglie e imprese esitano a investire, è lo Stato che deve intervenire per rimettere in moto l’economia. È una svolta che segna la fine di un’epoca. Per anni Berlino è stata il simbolo dell’austerità. Oggi sembra prevalere una convinzione diversa: il rischio maggiore non è spendere troppo, ma investire troppo poco.
E chi deve assolutamente investire e in maniera sostanziosa per il lavoro è il Cantone Ticino. In “Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare” abbiamo riassunto gli ultimi dati pubblicati sul tasso di disoccupazione in Ticino, calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO): 7,6%, oltre 14’000 disoccupati. La situazione sta diventando insostenibile e le tensioni geopolitiche internazionali non possono essere la scusa. Bisogna agire in fretta e riportare il tema del lavoro come priorità politica e sociale del Paese.
Trovate qui gli articoli della settimana
Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Swatch, Audemars Piguet e l’economia della fila
Primo maggio: il lavoro che manca
Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026
Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
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Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare
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Primo maggio: il lavoro che manca
Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026
Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















