“Natura morta con Leica e taccuino”. Inizia così il viaggio tra le opere di Aleksandr Rodchenko offerto dalla mostra inaugurata venerdì pomeriggio al Lac. Leica e taccuino, i suoi strumenti, le sue due anime. Quella del fotografo e quella del teorico, la sua espressione visiva e quella riflessiva.
Straordinario testimone del suo tempo, Rodchenko vive il regime sovietico tra allineamenti e contrasti. E questa mostra mette in evidenza tutto il suo percorso dal sogno dell’arte come strumento per cambiare il mondo fino alla delusione di assecondare i dettami del potere. Tuttavia, riuscendo anche in quel caso a mettere la sua firma, “la sua estetica, le diagonali, la sua energia”, come ha spiegato Olga Sviblova, direttrice del Museo di arti multimediali di Mosca e curatrice dell’evento.
“Questa esposizione rappresenta il tragitto dell’arte, annunciata come arma visuale per il nuovo potere, come credono e sperimentano Rodchenko e gli altri avanguardisti russi. Ma dura poco. Quei grandi artisti alla fine trovano una via di fuga nel circo, unico spazio con un margine di libertà, in un momento in cui non esistono istituzioni libere e l’unico committente è il potere. Anche oggi – ha detto Olga Sviblova – quando il mondo intero ha difficoltà a comunicare, la cultura resta la migliore diplomazia per dimostrare che la natura, le speranze sono comuni. Sono sicura che Rodchenko sarebbe stato felice di vedere questa mostra, allestita in un museo bellissimo che mai avrei potuto immaginare due anni fa, quando vidi il cantiere. È il primo passo per tutto quello che si può fare tra questo museo e il nostro che sta per festeggiare il ventesimo anniversario”.
Il potere della cultura è stato sottolineato anche dalle parole ricche di orgoglio di Giovanna Masoni Brenni che in aprile lascerà la sua carica di vicesindaco e capo del Dicastero cultura ma, ha promesso, continuerà a prendersi cura di questa realtà con la stessa passione degli ultimi dodici anni. “Con Olga Sviblova ci siamo trovati in sintonia. L’arte è una batteria che non si spegne mai, sa sempre rinnovarsi e dare vitalità persino nelle guerre. Ci siamo trovate perché questa crescita culturale deve essere il più possibile accessibile e perché, in un mondo di sofferenze, la cultura getta ponti e costruisce bellezza, anche a prescindere dalla politica”.
La mostra è stata resa possibile grazie alla Casa della Fotografia (oggi Multimedia art museum) che ha dato disponibilità di oltre 300 opere tra fotografie, sculture, fotomontaggi e stampe vintage. “Con questa mostra atemporale di un vero genio del Ventesimo secolo – ha detto Marco Franciolli, direttore del Masi, anche lui fiero del percorso intrapreso – torniamo alla Russia già esplorata in passato con due mostre che ci hanno fatto collaborare con molti istituti culturali di Mosca e San Pietroburgo. Fu allora l’occasione per rileggere la nostra storia e quella delle nostre maestranze andate a lavorare in questa grande terra”.
Attraverso l’obiettivo di Rodchenko e il suo sguardo innovativo, percorriamo tutta la sua creazione, quella personale e anche quella frutto delle numerose collaborazioni: Brodskij, Kaufman, e naturalmente Varvara Stepanova, la sua inseparabile compagna di vita e d’arte. Ci sono i suoi ritratti di Varvara come di Regina Lemberg, la ragazza con Leica, del poeta Nikolaj Aseev e dello scrittore Sergei Tret’jakov. E le tante foto a Majakovskij: i primi piani, le figure sulla sedia, il poeta con il cane tra le braccia. “Non mentire! Fotografa e fatti fotografare! – Spiega lo stesso Rodchenko da una citazione impressa sul muro al di sopra delle sue opere – Cattura l’uomo non con un solo ritratto sintetico ma con molti scatti presi in momenti diversi e in condizioni diverse. Scrivi la verità. Dà valore a tutto ciò che è reale e contemporaneo. E saremo veri, invece di fare la parte di essere umani” (1928).
Le diagonali, le prospettive dal basso verso l’alto, la profondità, sono negli scatti come nei fotomontaggi, dall’autocaricatura al funerale di Lenin, come nelle copertine dei libri e delle riviste. E sono anche nelle sue opere di passaggio, quando superati gli anni Venti viene inviato a documentare la costruzione del canale mar Bianco-mar Baltico, impresa simbolo dei piani quinquennali. Scattando davanti a quegli operai, prigionieri politici, Rodchenko si rende conto che potrebbe esserlo lui stesso. È a questo periodo, verso la fine degli anni Trenta, che appartengono le foto del balletto e del circo. Sembrano scatti di un altro artista. Rodchenko si ritira nel pittorialismo che tanto aveva criticato. Si perdono le sue linee nette e i contorni si fanno sfumati, sognanti. Non mancano di sorprendere, però, i racconti di Mosca tra architetture, parate ed eventi sportivi, sempre visti in prospettive inusuali e ardite. Ingegnoso anche nelle tre opere costruttiviste che chiudono la mostra, Rodchenko innova ogni campo artistico sperimentato. Come lui stesso ebbe modo di dire nel 1920, “ogni nuova visione richiede una rivoluzione”.
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