Il Dr. Andreas Wechsler sottolinea l’aspetto del tempo che i bimbi passano davanti agli schermi
«Dispositivi spenti almeno un’ora prima di coricarsi»
Gruppo Azzardo Ticino – Prevenzione propone un’intervista con il pediatra di Lugano
Disturbi legati al sonno, all’alimentazione, difficoltà di concentrazione, nervosismo. Gruppo Azzardo Ticino – Prevenzione viene sempre più spesso interpellato anche rispetto alla problematica del “gaming”. Al centro il bambino e l’adolescente, che in questo periodo prolungato della pandemia, avrebbero intensificato la loro presenza davanti agli schermi con attività di gioco online o anche tramite l’uso di app, appositamente concepite dall’industria ludica in maniera sempre più graficamente accativante e gratificante da un punto di vista sensoriale, in modo da permettere al giovane di vivere un esperienza il più coinvolgente e totalizzante possibile.
L’associazione ha dunque ritenuto interessante chiedere il parere di uno specialista e si è rivolta al Dr. Andreas Wechsler, confrontato con un aspetto che tocca da anni la sua categoria.
In questa intervista emergono alcuni approfondimenti che riconducono alla filosofia che da anni segna il percorso professionale del pediatra di Lugano. «Genitori per divertimento, figli per passione», dal titolo del suo libro che mira a fornire soprattutto alle mamme e ai papà quegli strumenti per “reggere” il confronto nel loro nuovo ruolo con i figli. «È una sorta di collisione in cui ci dev’essere lo spazio per stare bene entrambi».
In qualità di pediatra ha riscontrato nel corso degli ultimi anni un aumento nei più giovani di disturbi legati potenzialmente all’uso eccessivo di nuove tecnologie online o ad altre piattaforme social?
«In linea di massima sì. Il numero di bambini o di ragazzi che si intrattengono con i dispositivi è in aumento. E quindi inevitabilmente abbiamo una questione di opportunità e di stimoli che non sono sempre facili da smaltire. Ma il vero focus è un altro: gli schermi, il cui impatto sui ragazzi è diverso. È una questione di stimoli, causati dai fotoni, e neanche tanto da quello che guardano. Gli schermi emanano stimolazioni da radiazioni elettromagnetiche che in qualche modo svegliano le menti e non è assolutamente rilassante. La gestione dell’utilizzo degli schermi ha una correlazione con il sonno. Se manca un lasso di tempo per smaltire questi imput prima di coricarsi, diventa veramente difficile dormire serenamente. La regola è quella di spegnere gli schermi almeno un’ora prima di andare a letto».
Non fa distinzione quello che guadano i bambini?
«Un’ora di un film horror o di un videogioco cruento è meno grave di sei ore di una serie televisiva come Heidi o Bambi. Questo ha sempre colpito anche me, perché come genitore normalmente ti preoccupi di quello che guardano i tuoi figli, prestando attenzione ai contenuti. Ma a questa età è proprio la durata che fa la differenza. Televisione, cellulari e tablet o qualsiasi altra cosa utilizzino anche ragazzi sopra i 12 anni, andrebbero spenti almeno un’ora prima di andare a letto. Questo importante lasso di tempo permetterebbe di liberarsi dalle scorie causate semplicemente dallo stimolo visivo piuttosto che dal contenuto».
Come si calcola la durata che i bimbi possono trascorrere davanti a uno schermo?
«È matematica e rappresenta un rapporto 1 a 1 con l’età: 5 anni, 5 ore alla settimana, 7/7 o 11/11. Molto facile da calcolare anche per i bambini, che sono abili a trovare il loro spazio giornaliero, che non dovrebbe superare le 2 ore per i più grandi. È una cosa che mi ha sempre stupito, che risulta essere un’applicazione puramente numerica perché è legata al tempo in cui il bambino è esposto a degli stimoli fotonici. Per questo motivo bisogna ricordarsi della regola di far spegnere gli schermi un’ora prima di coricarsi. Un controllo oculato in questo senso facilita senz’altro un sonno equilibrato, anche se in mezzo a tanti altri stimoli elettronici non sempre risulta scontato controllare il nuovo mondo dei nostri figli, che si discosta molto da quello che era il nostro, ma non per questo è da considerarsi deviato. La situazione è spesso ingigantita, mentre per loro fa parte delle cose normali. Anche l’approccio ai contenuti è diverso: noi adulti cerchiamo dei significati, loro guardano tanto per guardare. È un’attività molto più passiva che ha un piglio meno attento e attivo».
In che modo ha influito sulla salute dei bambini la pandemia?
«Francamente non ci capiscono più niente neanche loro. La pandemia e le quarantene hanno creato uno stress importante sui bimbi. Facciamo fatica noi, figuriamoci loro che hanno una percezione davvero strana. Ai loro occhi il mondo fuori è veramente cattivo. Frasi che si sono sentite come “Se ti scappa un colpo di tosse quando saluti il nonno, può anche morire!” sono state percepite come estremamente sconcertanti. E infatti quello che noi pediatri riscontriamo ancora nei bambini e anche nei ragazzi sono sempre più casi di ansia o sintomi somatici non specifici come mal di pancia e disagi vari. Sono veramente aumentati e sono da riportare a questa specie di panico collettivo, che i bambini percepiscono principalmente a livello emotivo. I sintomi che riscontriamo sono riconducibili a un’incapacità di smaltire lo stress mondiale causato dalla pandemia».
I lunghi periodi di confinamento possono aver fatto aumentare le attività di gioco online o presenti sulle varie app da parte dei giovanissimi?
«Non credo perché questa è e rimane la loro realtà quotidiana, una specie di altro ambiente che ha sostituito il cortile. Siamo noi adulti che pensiamo che loro si isolino nei videogiochi e nei social, ma per la loro generazione si tratta semplicemente di uno spazio reale in cui si trovano a loro agio. Come quando noi andavamo in cortile a giocare a calcio con i nostri amici, un luogo di ritrovo. Gli adulti hanno un concetto completamente distorto di questa loro realtà. Noi crediamo che sono in giro da soli a guardare uno schermo, mentre loro di fatto si sentono nel cortile».
Si tende a pensare che il gioco online possa evidenziare difficoltà nelle relazioni interpersonali fino a toccare pure l’isolamento. Qual è la posizione del medico?
«La possibilità di giocare una partita insieme videocollegati è in sostanza la stessa di farne una a carte in presenza. Il ragazzo non si sente isolato perché virtualmente è vicino al suo compagno, per loro questa è la normalità di una piattaforma di condivisione. Io farei fatica a creare un legame virtuale a distanza, come la maggior parte degli adulti. Loro sono abituati. È chiaro che in rete ci sono anche i cattivi (ma quelli ci sono anche alla fermata del bus). Fantasmi che hanno assunto un nuovo formato, ma i parametri per valutare una passione che si sta trasformando in una situazione critica restano ben definiti: sonno, alimentazione, igiene. Se non funzionano più, allora sì che un intervento mirato si rende necessario perché c’è effettivamente qualcosa che non quadra. Cercare segnali preoccupanti laddove non sono presenti potrebbe rivelarsi controproducente. Ma è chiaro che quando scendavamo in cortile con i nostri amici, rientravamo per cena. E anche nel mondo virtuale dei nostri figli ci sono delle regole da far rispettare».
I genitori possono essere più sereni nel dilemma tecnologico con i loro figli?
«La durata del tempo davanti agli schermi e l’ora prima di coricarsi restano imprescindibili per un buon equilibrio dei loro figli. Naturalmente, sono d’accordo con quelli che sostegnono che è meglio andare al parco o nel bosco a dar sfogo alla propria fisicità, in cui si può essere più costruttivi rispetto a un videogioco in cui si distrugge. È chiaro che il pediatra invita i bambini a stare all’aperto, dove si può giocare alla capanna piuttosto che cimentarsi nella propria abilità online. La deprivazione sta nel vissuto fisico non tanto in quello emotivo, ma non è un danno automatico. Se un bambino va a scuola, eventualmente fa qualche attività nel tempo libero e poi gioca a FIFA, per me il sistema è a posto. Siamo noi adulti che facciamo fatica a viverla pacificamente come fanno loro. È chiaro che le regole ci vogliono sempre. La durata del gioco rientra nella categoria della normale educazione e i figli devono sapersi organizzare in base al tempo stabilito dai genitori ancora prima di attivare il gioco virtuale. Siamo noi che proiettiamo la nostra paura per quello che succederebbe a noi. Loro sono molto più spontanei, giocano e basta».
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