Care amiche, cari amici, buona domenica!
Oggi è proprio una fantastica giornata di sole! Passeggiando si sentono le griglie in funzione e le risate di momenti conviviali. Ecco, vi auguro proprio questo: una bella e serena domenica in compagnia!
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia dalla notizia che Meta, la società americana nata come Facebook nel 2004, ha annunciato un nuovo piano di ristrutturazione. A partire dal mese prossimo, Meta prevede di licenziare circa 8’000 dipendenti, ossia il 10% dei collaboratori. Alcune indiscrezioni indicano che questo potrebbe essere solo il primo passo: la riduzione del personale potrebbe arrivare fino al 20%. Meta aveva già avviato un ampio piano di licenziamenti tra il 2022 e il 2023, che aveva toccato oltre 21’000 persone. Un’ulteriore riduzione del personale è arrivata tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, quando altri 600 dipendenti erano stati lasciati a casa. Ora però le cifre diventano decisamente più importanti. Attualmente Meta conta circa 78’000 collaboratori. Alla base di questa decisione ci sarebbe la necessità di rendere più efficienti gli enormi investimenti nell’Intelligenza Artificiale. Le stime parlano, per il 2026, di investimenti molto elevati (oltre 100 miliardi di dollari, 79 miliardi CHF) in data center, cluster di calcolo e chip dedicati all’AI. Secondo alcune indiscrezioni, l’obiettivo sarebbe arrivare entro il 2028 a oltre 600 miliardi di dollari in infrastrutture legate all’intelligenza artificiale (470 miliardi CHF). Queste cifre dovranno essere compensate non solo dai licenziamenti, ma da una nuova organizzazione aziendale che vedrà sempre meno ruoli amministrativi e di management a vantaggio di ingegneri e specialisti informatici. ll progresso tecnologico, purtroppo, non produce solo vincitori.
E chi sembra non vincere mai, sono i lavoratori nel mercato ticinese. L’ufficio cantonale di statistica, che svolge un lavoro eccellente, ha pubblicato un’analisi sul divario salariale tra residenti e frontalieri. Rispetto agli anni precedenti, si registra una piccola diminuzione, ma il differenziale resta grande. Il salario mediano mensile lordo (metà guadagna di più, metà guadagna di meno) dei residenti è di 5’957 franchi, quello dei frontalieri è di 4’800 franchi e la differenza è di 1’157 franchi al mese, il 19,4%. Questo è uno dei punti fondamentali del nostro mercato del lavoro. Lo studio mostra però anche una cosa importante: una parte di questo scarto si spiega con fattori strutturali come l’età, la formazione, il settore, il ruolo professionale o la posizione di responsabilità. In effetti, quando si confrontano profili simili, il divario non sparisce, ma scende attorno al 10%. Questo conferma che le analisi devono essere fatte a fondo individuando dove, come e a quali condizioni si lavora. Un altro dato interessante è quello che evidenzia che tra il 2020 e il 2024 le differenze salariali si sono ridotte in tutte le fasce, soprattutto in quelle più basse. Diventa quindi plausibile che il salario minimo abbia avuto un effetto positivo, spingendo verso l’alto le retribuzioni più deboli. Il nuovo accordo fiscale sui frontalieri potrebbe giocare un ruolo in futuro, soprattutto sui salari più alti. La conclusione è chiara: il mercato del lavoro ticinese resta fragile e particolare. I frontalieri sono una parte importante dell’economia cantonale. Ma proprio per questo servono regole, controlli e dati seri. Senza dati si fa propaganda. Con i dati, invece, si può finalmente discutere di salari, dignità del lavoro e tutela dei residenti.
E di tutela dei residenti si parla anche quando si affrontano i rapporti con l’Unione Europea. Nel dibattito sugli Accordi bilaterali III entra un nuovo elemento sensibile per il Ticino. A Bruxelles è in discussione una modifica delle regole europee sul coordinamento della sicurezza sociale che toccherebbe anche la disoccupazione dei frontalieri. Oggi, in linea generale, quando un frontaliere perde il lavoro, l’indennità di disoccupazione viene pagata dallo Stato in cui vive. Per esempio, un lavoratore residente in Italia e impiegato in Ticino fa capo al sistema italiano. La nuova ipotesi andrebbe invece in un’altra direzione: a pagare potrebbe essere lo Stato dell’ultimo impiego. In altre parole, se il frontaliere ha lavorato in Svizzera, il costo della disoccupazione potrebbe ricadere sulla Svizzera. Per il nostro Paese si tratterebbe di un cambiamento rilevante. Per il Ticino ancora di più, vista la forte presenza di frontalieri nel mercato del lavoro cantonale. Il tema non riguarda solo i conti pubblici, ma anche l’equilibrio complessivo del mercato del lavoro, già segnato da salari sotto pressione, concorrenza transfrontaliera e difficoltà per una parte dei residenti. Le notizie non sono ancora chiare e quindi è presto per dire chi pagherebbe e quanto costerebbe questa modifica. Ma questo è un ulteriore punto che merita chiarezza prima di qualsiasi decisione politica. Perché nei grandi accordi internazionali non contano solo i principi generali, contano anche le clausole tecniche. E spesso sono proprio quelle a determinare gli effetti reali sulla vita delle persone. Ne sappiamo qualcosa in Ticino: il prezzo degli Accordi bilaterali II lo abbiamo pagato noi, sul nostro mercato del lavoro.
Infine, nel nostro articolo settimanale” Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026″, abbiamo affrontato il tema dell’economia globale, guardando all’andamento di alcune nazioni e in particolare, all’evoluzione dei prezzi. L’aumento dei prezzi petroliferi e delle tensioni geopolitiche si trasmette rapidamente ai consumi, ai trasporti e ai servizi, rendendo più difficile il lavoro delle banche centrali. E soprattutto, rendono il mondo più incerto.
Trovate qui gli articoli della settimana
Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Gli effetti concreti della guerra in Iran
Benzina, ma quanto ci costi?
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
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Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026
Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Gli effetti concreti della guerra in Iran
Benzina, ma quanto ci costi?
Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche
In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante

















