Care amiche, cari amici, buona domenica!
Con queste giornate viene naturale cercare un tavolo all’aperto, accendere una griglia e ritagliarsi qualche ora in compagnia. La bella stagione porta con sé anche questo: il tempo delle cose semplici, condivise e di qualche specialità svizzera che riesce a trasformare una cena in un piccolo rito. Che ne dite di una raclette? No, non sono impazzita… ora vi spiego perché.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia
comincia proprio dalla raclette. Sì, lo so: con questo caldo forse non è la prima cosa che viene in mente. Ma la raclette non è soltanto una cena invernale, è anche un pezzo importante dell’economia svizzera. Il nome deriva dal francese racler, cioè raschiare: è il gesto con cui il formaggio fuso viene staccato dalla forma e fatto scivolare sul piatto. Dietro quel gesto apparentemente semplice c’è una lunga filiera economica: allevatori, produttori di latte, caseifici, affinatori, trasporti, negozi, ristoranti, turismo e commercio estero. Il 2025 non è stato però un anno facile. In Svizzera la produzione di raclette è scesa del 3,6%, arrivando a 16’613 tonnellate. Anche il consumo nelle economie domestiche è diminuito leggermente, a 7’822 tonnellate, mentre le esportazioni sono scese del 6,1%, a 3’229 tonnellate. Non significa che gli svizzeri abbiano perso il gusto del formaggio fuso. Il mercato resta su livelli elevati, ma anche un prodotto così radicato nella tradizione risente dell’andamento dei consumi, del turismo, dei prezzi e della domanda estera. E proprio per non restare confinata ai mesi freddi, la filiera cerca da tempo di cambiare immagine alla raclette: non più soltanto il piatto delle serate d’inverno, ma un prodotto da portare in tavola tutto l’anno. Versioni più leggere, raclette alla griglia, verdure, pesce, insalate e occasioni conviviali all’aperto: l’idea è allargare le occasioni di consumo senza snaturare il prodotto.
E proprio dalle tavole dei consumatori svizzeri parte il KOF, l’istituto congiunturale del Politecnico di Zurigo, per raccontare una Svizzera che continua a crescere, ma più lentamente del previsto. Per il 2026 il KOF stima una crescita del PIL reale dello 0,8%, contro l’1% previsto soltanto pochi mesi fa. Per il 2027 la previsione scende dall’1,7% all’1,5%. Non siamo davanti a una recessione, ma a un’economia che procede sotto il suo potenziale. A pesare sono soprattutto il rincaro dell’energia, l’incertezza legata alla guerra in Iran, la domanda debole dall’estero e un franco forte, che rende più difficile la vita alle imprese esportatrici. Anche i consumi privati si sono fermati nel primo trimestre dell’anno. Le famiglie restano prudenti: l’aumento dei prezzi, un mercato del lavoro poco dinamico e una maggiore propensione al risparmio spingono molti a rinviare o ridurre alcune spese. Sul fronte della spesa pubblica non ci si deve attendere un grande sostegno. La Confederazione ha già previsto misure di risparmio per il 2027 e anche molti Cantoni dispongono di margini limitati. Pure le imprese investono con prudenza. Il punto più delicato resta però il commercio con l’estero. Le esportazioni svizzere risentono della domanda debole in Europa e di un franco forte, anche se in leggera discesa e di questo parliamo nel nostro articolo settimanale. Un franco forte rende più costosi per i clienti stranieri orologi, macchinari e molti altri prodotti svizzeri. Anche le importazioni cresceranno poco, segno che la domanda interna non è particolarmente vivace. Insomma, il KOF non descrive una Svizzera ferma, ma una Svizzera prudente: consumi deboli, investimenti selettivi, Stato con pochi margini e imprese esportatrici chiamate a resistere in un contesto internazionale difficile.
E questo contesto internazionale aiuta a capire anche le decisioni prese nell’ultima settimana dalle principali banche centrali. La Federal Reserve americana ha lasciato i tassi invariati tra il 3,50 e il 3,75%. La Banca d’Inghilterra è rimasta ferma al 3,75%. La Banca nazionale svizzera ha confermato il proprio tasso guida allo 0%. La Banca centrale europea, invece, ha alzato di 0,25 punti percentuali i tassi di riferimento, portando il tasso sui depositi al 2,25%. E in Giappone la Bank of Japan ha aumentato il proprio tasso di riferimento all’1%. A prima vista può sembrare una fotografia incoerente: economie diverse, decisioni diverse. In realtà il problema di fondo è simile per tutti. La crescita resta fragile, ma il rincaro del petrolio, dei trasporti e dell’energia rischia di tornare nei prezzi di beni e servizi. Le banche centrali devono capire se siamo davanti a una fiammata temporanea oppure se questi rincari finiranno per trasferirsi ai salari e ai prezzi di tutti i giorni. Se alzano troppo i tassi, rendono più costose ipoteche, prestiti e investimenti proprio mentre famiglie e imprese sono già prudenti. Se li abbassano troppo presto, rischiano invece di riaccendere l’inflazione. È il classico dilemma della politica monetaria: frenare troppo o frenare troppo poco. Il Giappone è forse il caso più curioso. Per decenni ha convissuto con tassi quasi a zero, talvolta persino negativi. Ora la Bank of Japan li ha portati all’1%, perché teme che il rincaro del petrolio e la crescita dei salari rendano l’inflazione più persistente. Per la Svizzera il quadro è diverso, ma non più semplice. L’inflazione resta contenuta, ma la BNS ha ribadito di essere pronta a intervenire sul mercato dei cambi per evitare un apprezzamento troppo rapido del franco.
Il franco resta infatti una medicina con effetti collaterali: aiuta a contenere il costo dei beni importati e quindi l’inflazione, ma rende più difficile vendere all’estero. Ed è proprio qui che torniamo al nostro articolo settimanale “Il franco si indebolisce: è una buona notizia? Dipende da dove guardiamo”.
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Il franco si indebolisce: è una buona notizia? Dipende da dove guardiamo
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In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















