Tempo di lettura: 8 minuti
Care amiche, cari amici, buona domenica!
Buona prima domenica dell’avvento! Peccato cominciare questo periodo con l’idea di un presepe “senza volto” proposta in ambito europeo. Questa è una di quelle trovate che, invece di includere, cancellano. Togliere i volti non rende nessuno più rispettato: svuota un simbolo culturale e lo trasforma in un gesto burocratico che non parla a nessuno. In nome della neutralità si finisce per perdere il rispetto delle nostre radici cristiane.
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia questa settimana comincia parlando di pensioni. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che riunisce i principali paesi industrializzati, ha pubblicato il nuovo rapporto Pensions at a Glance 2025 (Uno sguardo sulle pensioni), aggiornando il quadro sulle età di pensionamento e sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali in un contesto di rapido invecchiamento demografico. Nel 2024 l’età normale media di pensionamento nell’area OCSE è attorno ai 64,7 anni, ma con differenze notevoli: si va dai 62 anni di Grecia, Colombia o Lussemburgo ai 67 anni di Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia, Islanda. La Turchia resta un caso a parte, con un’età normale attorno ai 52 anni. Per le generazioni che entrano ora nel mercato del lavoro, questa età è destinata a salire. Le proiezioni indicano circa 66,4 anni per gli uomini e 65,9 per le donne. In molti paesi l’età pensionabile futura potrà arrivare attorno ai 70 anni o oltre, soprattutto dove è già collegata automaticamente all’aspettativa di vita. Le ragioni sono demografiche e fiscali: la quota di over 65 continua a crescere e crescerà ancora (ed è una buona notizia), mettendo sotto pressione la spesa per pensioni, sanità e cure di lunga durata. L’OCSE riassume la sfida in due parole: sostenibilità ed equità, tra generazioni e tra uomini e donne, in termini di accesso, contributi e importo delle rendite. Per la Svizzera, il rapporto registra l’allineamento dell’età legale a 65 anni per uomini e donne, con la transizione graduale prevista da AVS 21. L’OCSE osserva che il Paese ha margini per favorire una permanenza più lunga nel mercato del lavoro, puntando su formazione continua e adattamento delle condizioni di impiego. In un contesto demografico che cambia rapidamente, diventa sempre più importante tenere insieme adeguatezza delle pensioni e sostenibilità di lungo periodo.
E chi sembra guardare davvero al lungo termine è Prada, gruppo leader del lusso con 26 stabilimenti produttivi e oltre 15’200 collaboratori nel mondo. Dopo anni di delocalizzazioni diffuse nel settore, Prada sceglie una strada diversa e investe 60 milioni di euro nel 2025 (56 milioni CHF) per rafforzare la produzione interna e riportare più fasi della filiera vicino a casa. È un passo che prosegue un percorso già avviato: dal 2019 il gruppo ha destinato oltre 300 milioni di euro alla propria infrastruttura industriale, costruendo una rete produttiva quasi interamente concentrata in Italia e orientata al controllo diretto della qualità. Il piano prevede l’ampliamento delle capacità produttive, l’internalizzazione di nuove lavorazioni, il potenziamento tecnologico e l’assunzione di circa 400 nuovi addetti entro fine 2025, con un forte investimento in formazione. L’obiettivo è chiaro: consolidare artigianalità, competenze e rapidità decisionale, in un momento in cui il “made in Italy” autentico è sempre più un vantaggio competitivo. Dietro questa scelta c’è una lettura precisa del settore. Le crisi recenti hanno mostrato la fragilità delle catene produttive globali troppo estese. Per Prada, riportare la filiera sotto controllo significa ridurre i rischi, garantire qualità e reagire meglio ai cambiamenti del mercato. È un modello di sostenibilità industriale che combina radicamento territoriale, capitale umano e una produzione più vicina ai mercati finali. In un periodo in cui i consumatori chiedono trasparenza e i marchi devono dimostrare coerenza tra immagine e processi, Prada manda un messaggio semplice: l’artigianalità non si racconta, si fa. Una scelta che potrebbe diventare un riferimento per tutto il settore, spingendo altri marchi a ripensare il rapporto tra competitività, innovazione e responsabilità produttiva.
E chi oggi si trova a dover ripensare la propria competitività è Novo Nordisk, il colosso danese dei farmaci per diabete e obesità, diventato leader mondiale grazie a Ozempic e Wegovy. Un’ascesa impressionante per un’azienda nata oltre un secolo fa come produttrice di insulina, arrivata a essere per un periodo la società più valorizzata d’Europa e simbolo della nuova “economia del dimagrimento”. La corsa si è frenata dopo il fallimento della sperimentazione del semaglutide (la molecola alla base dei suoi farmaci contro diabete e obesità) per l’Alzheimer: gli studi EVOKE ed EVOKE+ non hanno mostrato alcun beneficio. La Borsa ha reagito con un crollo di oltre il 10%, ai minimi degli ultimi tre anni. Nel frattempo anche il mercato dei dimagranti rallenta, mentre la concorrenza accelera. In testa Eli Lilly (grande multinazionale farmaceutica statunitense), che con Zepbound sta conquistando quote importanti. Le pressioni regolatorie negli Stati Uniti e la richiesta di prezzi più bassi hanno ridotto i margini, contribuendo alla perdita di quasi metà della capitalizzazione di Novo Nordisk nel 2025. Il settore resta in crescita, ma è diventato molto più competitivo: pillole orali e nuove combinazioni di molecole stanno ridisegnando il mercato, dove la semaglutide non è più un vantaggio garantito. Novo Nordisk esce da una fase di leadership quasi incontrastata e si trova davanti una sfida più complessa: ridefinire la strategia, proteggere marginalità e innovazione e rispondere a una concorrenza che corre velocissima. In un settore dove il successo dura finché lo sostengono i dati, la nuova partita è appena iniziata.
E di dati non rassicuranti abbiamo parlato nel nostro articolo “Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla” in cui abbiamo riassunto i dati appena pubblicato sull’andamento del PIL svizzero che mostra purtroppo nell’ultimo trimestre una riduzione dello 0,5%. Dato questo influenzato negativamente dal settore delle esportazioni, sottoposte ricordiamo al 39% di dazi verso gli Stati Uniti (nel frattempo scesi al 15%).
Trovate qui gli articoli della settimana
Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
I Krumiri non sono solo un biscotto…
Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori
Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese
Tassare al 50% le eredità? No, perché…
Così rovinate il Ticino e i ticinesi
Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio
Notizie Flash di economia
Avete voglia di aggiornamenti settimanali brevi? Non avete voglia di leggermi? Nessun problema: potete guardarmi e ascoltarmi su Instagram (qui) e su TikTok (AmaliaMirante555, qui: https://vm.tiktok.com/ZMdg6eHsb/).
Ascoltami
Ma sapete che trovate “L’economia con Amalia” anche su Spotify? Cliccate qui! E se non avete accesso a questa piattaforma, nessun problema: potrete ascoltare la versione audio in fondo agli articoli scritti sul sito. Qui sotto gli ultimi. Ticinesi: ancora più poveri e infelici
Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla
I Krumiri non sono solo un biscotto…
Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori
Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese
Così rovinate il Ticino e i ticinesi
Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio
In attesa di quello che ci riserverà l’economia la prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante















