Care amiche, cari amici, buona domenica!
Anche oggi il sole ci scalda il cuore. Quindi andiamo a fare una bella passeggiata godendoci questo anticipo di estate!
Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia comincia parlando delle decisioni prese dalle banche centrali nell’ultima settimana. Quasi tutte le istituzioni monetarie hanno deciso di andare nella stessa direzione, o meglio ancora di non muoversi. La Federal Reserve (Fed) americana ha lasciato i tassi fermi tra il 3,50 e il 3,75%. La Banca centrale europea (BCE) ha confermato il tasso sui depositi al 2%. Anche la Banca nazionale svizzera (BNS), nella sua ultima decisione di marzo, ha mantenuto il tasso guida allo 0%. Stessa prudenza anche per la Bank of England (BoE), ferma al 3,75%. In apparenza potrebbe sembrare che regni una certa calma, in realtà le parole corrette sono preoccupazione e prudenza. Il quadro economico è diventato più complicato. Da una parte la crescita resta fragile; dall’altra i prezzi dell’energia e le tensioni internazionali rischiano di far risalire l’inflazione. È il classico dilemma a cui devono dare risposta (speriamo giusta) le banche centrali: se alzano troppo i tassi di interesse, frenano l’economia. Se li abbassano troppo presto, rischiano di riaccendere gli aumenti dei prezzi. Per le famiglie e le imprese questo significa una cosa semplice: il denaro non tornerà presto meno caro. Ipoteche, prestiti e investimenti resteranno ancora condizionati da tassi relativamente elevati. In Svizzera, però il punto delicato resta il franco. La BNS ha confermato il tasso a zero, ma si è detta pronta a intervenire sul mercato dei cambi, perché per un’economia piccola ed esportatrice come la nostra, il cambio pesa molto sui prezzi importati (che è una buona cosa), ma anche sulle esportazioni e di conseguenza sulla competitività.
Competitività che per l’industria non dipende solo dai tassi di interesse, ma anche dai costi di produzione, dal cambio, dalla tecnologia, dalla velocità con cui un’industria riesce ad adattarsi. Per anni l’auto europea è stata uno dei simboli della forza industriale del continente. Marchi forti, tecnologia, qualità, esportazioni. Oggi però quel modello è sotto pressione. Il caso Volkswagen lo mostra bene. Nel 2025 il gruppo tedesco ha venduto ancora circa 9 milioni di veicoli e ha realizzato ricavi per oltre 321 miliardi di euro (295 miliardi CHF). Ma l’utile operativo è crollato del 53%. Questo significa che Volkswagen continua a vendere molto, ma guadagna molto meno. Nel primo trimestre 2026 le consegne globali sono diminuite del 4%. In Europa il gruppo cresce ancora, ma in Cina perde il 15%. Ed è proprio qui il punto. La Cina, che per decenni è stata il grande mercato di sbocco delle case europee, è diventata anche il loro concorrente più aggressivo. Le auto cinesi, soprattutto elettriche e ibride, arrivano in Europa con prezzi competitivi, tempi di sviluppo rapidi e una filiera molto integrata. Batterie, software, componenti e produzione sono spesso concentrati nello stesso ecosistema industriale e questo permette di produrre più velocemente e a costi più bassi. Nel 2025 le automobili prodotte in Cina hanno raggiunto il 6,4% delle vendite nell’Unione europea. Nel Regno Unito erano già oltre il 12%. E nei primi mesi del 2026 le esportazioni cinesi verso l’Europa hanno continuato ad accelerare. La questione, quindi, non è solo ambientale. È industriale. L’Europa ha deciso di spingere verso l’automobile elettrica, ma non era pronta. Per questo la crisi di Volkswagen non riguarda solo Volkswagen, ma il futuro della manifattura europea. E questa volta il rumore dei motori arriva sempre più spesso da Shenzhen.
E chissà se a Shenzen è stata proiettata la prima del film il Diavolo veste Prada 2 che negli Stati Uniti ha incassato 32,5 milioni di dollari nel primo giorno (25.4 mio CHF). A livello mondiale, si parla già di circa 115 milioni di dollari incassati nei primi giorni (90 mio CHF). Anche in Italia la partenza è stata forte. Secondo i dati ufficiali in pochissimi giorni il film è già arrivato a circa 11,35 milioni di euro (10,4 mio CHF), con quasi 1,4 milioni di spettatori. Ma per capire il fenomeno bisogna tornare al primo film. Il Diavolo veste Prada, uscito nel 2006, costò circa 35 milioni di dollari e ne incassò nel mondo oltre 326 (27.3 mio CHF e 255 mio CHF). Non fu solo una commedia riuscita, ma fu un prodotto globale. Ed è qui che la cosa diventa interessante dal punto di vista economico. Un film del genere non vale solo per i biglietti venduti, ma vale perché diventa una proprietà intellettuale riconoscibile. Personaggi, battute, vestiti, ambienti, citazioni, meme, piattaforme, merchandising, social media. Tutto continua a produrre attenzione. E l’attenzione, oggi, è una forma di capitale. Il primo film ha costruito un immaginario: New York, la moda, le riviste, il potere, il lavoro creativo, l’ambizione, il costo personale della carriera. Miranda Priestly non è rimasta soltanto un personaggio, è diventata una figura culturale. Appena entra in scena, il pubblico sa già che la temperatura scenderà sotto zero. Il seguito del film ha sfruttato proprio questo patrimonio partendo da un mondo che milioni di spettatori conoscono già. Questo riduce il rischio industriale. Per Hollywood, oggi, è essenziale: produrre film costa molto, promuoverli costa moltissimo e convincere il pubblico ad andare in sala è più difficile di prima. C’è poi un altro elemento. Nel 2006 il film raccontava il potere delle riviste di moda. Oggi quel mondo è cambiato. Le riviste contano meno. Pesano di più social media, influencer, piattaforme, brand del lusso e algoritmi. Il ritorno del Diavolo veste Prada racconta quindi anche una trasformazione economica: quella dell’industria dell’attenzione. Una volta Miranda Priestly decideva cosa era moda; oggi dovrebbe convincere anche l’algoritmo. E lì, francamente, persino lei potrebbe togliersi gli occhiali con una certa lentezza.
E finiamo con il nostro articolo settimanale dedicato al Primo maggio. In “Primo maggio: il lavoro che manca” abbiamo parlato delle difficoltà e delle pressioni a cui è sottoposto il mercato del lavoro in Ticino: giovani che partono, cinquantenni che vengono licenziati e madri che faticano a rientrare. Questo anche a causa della libera circolazione delle persone che aumenta la concorrenza tra lavoratori. Concorrenza che diventerà ancora peggio se dovessero essere accettati gli Accordi Bilaterali III.
Trovate qui gli articoli della settimana
Primo maggio: il lavoro che manca
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026
Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Gli effetti concreti della guerra in Iran
Benzina, ma quanto ci costi?
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Primo maggio: il lavoro che manca
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Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Gli effetti concreti della guerra in Iran
Benzina, ma quanto ci costi?
In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante

















