Se la storia ci insegna che il 1 maggio è una festa per ricordare le conquiste e i vari diritti ottenuti dai lavoratori, parliamo di classe operaia da metà ottocento, oggi è il simbolo riconosciuto internazionalmente di queste conquiste. Una festa che non nasce come celebrazione ma come rivendicazione di diritti che allora erano misconosciuti dalla categoria padronale, la quale sfruttava letteralmente la manodopera. La rivoluzione industriale in America e anche in Francia hanno segnato il grande cambiamento del mondo del lavoro, dove anche agli operai venivano riconosciuti dei diritti, minimi, ma sempre tali. Un passaggio cruciale arrivò nel 1866, quando a Chicago, nello Stato dell’Illinois, venne approvata una legge che introdusse la giornata lavorativa di otto ore. Questa norma entrata in vigore l’anno successiva resto confinata nello stato dell’Illinois.
Negli anni successivi, queste rivendicazioni furono segnate da atti di violenza da parte del padronato repressivo con il supporto della polizia e delle forze sindacali che spingevano verso vere riforme. Ai giorni nostri le condizioni sono cambiate, sebbene stiamo assistendo in questi ultimi anni a tensioni che mai avremmo sospettato potessero ancora affacciarsi. Il mondo del lavoro è in tensione, vuoi, se pensiamo a casa nostra, a troppi lavoratori frontalieri che accettano lavori a costi più bassi del consentito e a una certa classe padronale che sfrutta abilmente questi buchi di legislazione e “sguazza” assumendo persone a basso costo, proponendo salari anche ai residenti improponibili.
I sindacati ad oggi non hanno capito che le lotte vanno fatte con le discussioni e i compromessi, mentre sembra quasi che vogliano attizzare alcuni lavoratori contro i vari padroni. E’ molto chiaro che i capi sindacalisti non hanno la minima idea di cosa significa essere imprenditori e il fatto di essere imprenditori non è proporzionalmente in automatico essere sfruttatori.
La maggior parte di questi imprenditori sono persone che hanno un nome e un cognome, che investono propri soldi rischiando del loro e corrispondono salari adeguati ai propri collaboratori.
Ci si dimentica che questi imprenditori onesti sono anche loro lavoratori e pertanto oggi è anche la loro festa uniti nel lavoro da visioni differenti, ma che dovrebbero portare entrambi al benessere generale. Noi di ETC crediamo che la maggior parte degli imprenditori di casa nostra sono gente onesta, lavoratrice, che trattano bene i loro dipendenti. Poi vi sono le eccezioni, e come tali vanno trattate. Gente che sfrutta dei buchi legislativi per fare i furbi e sfruttare collaboratori che provenienti da altri paesi accettano condizioni di lavoro improponibili per i residenti. In questi casi i sindacati dovrebbero intervenire, come anche le categorie padronali che dovrebbero emarginare chi non gioca secondo le regole.
Ogni volta che si presenta un caso che stride con l’umana ragionevolezza e con la legislazione, dove si riscontrano padroni che sfruttano la situazione e anche collaboratori che accettano condizioni di lavoro inaccettabile, tutti noi abbiamo il dovere di denuncia! Il 1 maggio serve a questo, a riunire tutti i lavoratori, siano essi padroncini, imprenditori, collaboratori, dirigenti, operai per riflettere sulla necessità di collaborare tutti assieme per il benessere generale.
Tutto il resto è fiato sprecato e parole senza senso dette solo per accattivarsi delle categorie di lavoratori con l’inganno e la dialettica che certo ai sindacalisti non manca. Loro, i sindacalisti, vivono grazie alle entrate delle quote pagate obbligatoriamente dagli operai, non dimentichiamolo mai; non vivono del loro lavoro!
(ETC/rb)


















