122, 201, 301 e…300’000!
I dazi americani sono ormai presenti da quasi un anno, tra aggiornamenti, annunci, revoche, revisioni e negoziati complessi. La recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti aveva generato alcune aspettative positive che, tuttavia, si sono rapidamente ridimensionate, poiché la situazione è rimasta intricata anche dopo che il Presidente americano è stato invitato dalla Corte al rispetto della legalità.
In pratica, è stato sufficiente modificare la base legale per reintrodurre i dazi, con un limite massimo del 15% e una durata di 150 giorni.
La scadenza dei 150 giorni rappresenta un ulteriore elemento di incertezza, poiché il rinnovo dipende dal Congresso e l’evoluzione futura resta imprevedibile. Nel titolo ho menzionato tre sezioni del “Trade Act” del 1974, le quali attribuiscono al Presidente statunitense prerogative significative in materia di dazi.
Il numero 300’000 rappresenta la quantità di contratti di lavoro che, secondo quanto previsto dai promotori dell’iniziativa antidumping in votazione l’8 marzo 2026, il Cantone Ticino dovrebbe sottoporre a verifica ogni anno.
Si tratta di una cifra straordinariamente elevata, che appare sproporzionata rispetto alla reale necessità di correggere eventuali distorsioni nel mercato del lavoro. L’efficacia di un simile strumento risulta, di conseguenza, fortemente discutibile.
La logica sottostante a questa proposta trasmette l’idea che tutti i datori di lavoro siano da considerare colpevoli fino a prova contraria, un principio che ricorda tristemente prassi proprie di regimi totalitari, ancora oggi fonte di ispirazione in alcune realtà.
La conseguenza più immediata sarebbe l’introduzione di vincoli e controlli eccessivi per tutti gli imprenditori, già alle prese con una serie di difficoltà e incertezze, anche legate ai numeri citati nelle sezioni 122, 201 e 301 del “Trade Act”.
Imporre un apparato di verifica così massiccio rischierebbe di irrigidire il mercato del lavoro ticinese fino al punto in cui, paradossalmente, si assisterebbe a una diminuzione dei posti di lavoro anziché alla loro tutela.
L’aggiunta di ulteriori vincoli burocratici non risulterebbe una soluzione efficace, ma piuttosto una misura che potrebbe compromettere la vitalità e la competitività del tessuto occupazionale locale.
Il prossimo 8 marzo 2026 è pertanto necessario esprimere un chiaro NO.


















