Elena ha 19 anni e frequenta il liceo di Bellinzona. Tra due giorni dovrà consegnare un compito per storia. Apre ChatGPT e chiede un’introduzione accattivante sulla Rivoluzione Francese. La bozza arriva impeccabile, ma rileggendola le sembra mancare di profondità. Riformula il prompt per renderla più analitica e con fonti. La nuova versione è eccellente, ma ancora poco fluida. Due ore dopo ha 15 varianti sul tavolo, nessuna perfetta al 100%. Il panico sale, trascorre una notte insonne a raffinare, consegna con un giorno di ritardo un testo che la convince solo a metà. Non è pigrizia. Elena voleva solo partire più spedita, ma l’IA ha innescato un circolo vizioso di perfezionismo patologico, amplificando la sindrome dell’impostore comune tra studenti. Ogni output deve essere impeccabile, altrimenti non vale nulla. Ricerche collegano questi tool generativi a procrastinazione cronica, ansia da prestazione e ridotta autonomia nell’apprendimento. Anche in Ticino si registra un boom analogo tra liceali e universitari. Il 30-50% usa l’IA per i compiti, ma uno su cinque inciampa nel ciclo della “riscrittura infinita”, evitando bozze manuali e non imparando dalla revisione personale. L’algoritmo promette “perfezione istantanea” e erode la resilienza. Perché faticare se si può ottimizzare all’infinito? Risultato: burnout, bassa autostima e ritardi che isolano dai coetanei. Il meccanismo è subdolo. La gratificazione da “versione migliorata” attiva la dopamina, mentre la paura del fallimento senza IA distorce il giudizio. Col tempo Elena perde weekend interi a ottimizzare testi generati, dimenticando hobby e amici. L’IA da alleato diventa catena invisibile. I segnali comprendono ore perse in prompt iterativi, irritabilità se il servizio è down, menzogne sui tempi di studio e calo dei voti per comprensione superficiale. Psicoeducazione e terapia cognitivo-comportamentale sono efficaci: si fissano timer rigidi, si pratica il journaling per valorizzare gli errori come crescita, si ricostruisce la fiducia con esercizi low-tech.
Come accade per molte altre dipendenze, il primo passo è riconoscere il problema. Il secondo è chiedere aiuto, senza vergogna né paura. Per maggiori informazioni o per richiedere un supporto professionale, anche in forma anonima e gratuita, è possibile rivolgersi a Ingrado – Servizi per le dipendenze, Settore Disturbi comportamentali GAT-P, www.ingrado.ch e a enti svizzeri per la promozione della salute digitale.



















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