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Sintesi della settimana ed evoluzione
La nostra informazione domenicale dell’Economia con Amalia comincia parlando dell’inflazione che torna a muoversi. Fortunatamente siamo ben lontani dalla fase acuta del 2022, ma i dati più recenti mostrano che la discesa dei prezzi si è arrestata. I prezzi in Svizzera in aprile hanno mostrato un aumento su base mensile dello 0,3% e su base annuale dello 0,6%. La situazione appare più preoccupante in altre realtà: in Italia il rincaro annuo è salito al 2,7%, nell’area euro si stima sia attorno al 3,0% e negli Stati Uniti è arrivato addirittura al 3,8%. La differenza tra questi dati è importante. La Svizzera beneficia ancora di una dinamica dei prezzi più stabile, legata anche alla forza del franco e a una trasmissione più moderata dei rincari energetici. In Italia e nell’area euro pesa invece fortemente l’aumento del prezzo dell’energia che, non dimentichiamolo, entra nei costi di produzione, nei trasporti, nella distribuzione e quindi, con tempi diversi, nei prezzi finali pagati da famiglie e imprese. Per questo al momento prendere decisioni è difficile anche per le banche centrali: quando l’inflazione è trainata da alcune componenti volatili, come energia e alimentari freschi, è necessario capire se si tratta di un movimento temporaneo o dell’inizio di una pressione più persistente. Una fiammata breve può essere assorbita senza cambiare troppo la politica monetaria. Un’inflazione che si diffonde a salari, servizi e prezzi di base richiede invece maggiore prudenza. Per questo i prossimi mesi saranno delicati. Dopo due anni di tassi elevati, famiglie e imprese si aspettano un allentamento della politica monetaria, ma se i prezzi tornano a salire, anche solo in parte, le banche centrali avranno meno spazio per tagliare i tassi.
E chi ha tagliato molto, in passato, è stata Stellantis che ora annuncia il rafforzamento delle relazioni con la Cina. Il gruppo automobilistico nato nel 2021 dalla fusione tra FCA, cioè l’erede del mondo Fiat-Chrysler, e il gruppo francese PSA ha annunciato con Dongfeng (uno dei grandi gruppi automobilistici statali cinesi) un accordo da circa 1 miliardo di euro per produrre in Cina nuovi modelli Peugeot e Jeep elettrificati (ca. 915 milioni CHF). La produzione dovrebbe partire nel 2027 nello stabilimento di Wuhan e sarà destinata sia al mercato cinese sia all’export. Ma il dato economico interessante non è solo l’investimento: è il cambio di paradigma. La Cina non è più soltanto il grande mercato da conquistare: è diventata una piattaforma industriale e tecnologica da cui partire per competere nel mondo. Per Stellantis significa provare a rientrare in un mercato dove i costruttori occidentali hanno perso terreno; per Dongfeng significa rafforzare la propria proiezione internazionale. Ma in tutto questo non si può dimenticare la storia industriale italiana. Stellantis è un gruppo globale, con sede nei Paesi Bassi, nato dall’integrazione tra Fiat-Chrysler e Peugeot-Citroën. Ma dentro Stellantis c’è una parte decisiva della storia Fiat, cioè della grande industria automobilistica italiana del Novecento. E proprio per questo ogni nuovo investimento fuori dall’Italia viene letto anche alla luce del progressivo ridimensionamento della produzione nazionale in questo settore. Non ci si può dimenticare dell’importanza economica, politica e sociale della Fiat. Come se non bastasse, resta da verificare un secondo punto, forse ancora più serio: secondo Reuters, Dongfeng potrebbe assemblare almeno un proprio modello nello stabilimento Stellantis di Rennes, in Francia. La notizia non è ancora confermata, ma indica una tendenza precisa: i gruppi cinesi cercano produzione dentro l’Europa per ridurre l’impatto dei dazi. Quello che ci domandiamo noi è che cosa debba ancora vedere l’Unione Europea prima di riprendere in mano le sorti di un’industria europea oramai in continua agonia.
Agonia che purtroppo sembra attraversare anche Starbucks, la più grande catena mondiale di caffetterie. Nata a Seattle nel 1971, è diventata un simbolo globale del caffè “all’americana”: grandi tazze, bevande personalizzate, locali pensati come luogo di passaggio, lavoro e socialità. Oggi è presente in più di 80 paesi, conta oltre 40 mila punti vendita e occupa circa 381 mila persone (di cui 223 mila negli Stati Uniti). Ora però Starbucks sta attraversando una fase di ristrutturazione. Il gruppo ha annunciato il taglio di 300 posti negli uffici e nelle funzioni amministrative negli Stati Uniti e la chiusura di alcuni uffici regionali. I tagli non riguardano i baristi e il personale dei coffee shop. Ma questo non è il primo intervento. Nel 2025 Starbucks aveva già annunciato tagli importanti tra il personale non operativo, insieme alla chiusura di alcuni punti vendita poco redditizi. La ristrutturazione fa parte del piano “Back to Starbucks”, lanciato sotto la guida del CEO Brian Niccol, arrivato nel 2024. Il punto economico interessante è che Starbucks non sta tagliando perché i clienti sono scomparsi. Anzi, le vendite sono tornate a crescere. Il problema è nei margini. La strategia di rilancio prevede più personale nei negozi, servizio più rapido, rinnovo dei locali e maggiore qualità dell’esperienza. Tutto questo sostiene il fatturato, ma costa. La vicenda racconta bene una tensione che oggi riguarda molte imprese dei servizi: crescere non basta più, bisogna crescere in modo profittevole. Dopo anni di espansione, ordini digitali e consumo veloce, Starbucks sta cercando di tornare al suo modello originario: il caffè come luogo, non solo come prodotto da ritirare al volo. È una ristrutturazione con due facce. Nei negozi si investe per migliorare l’esperienza del cliente. Negli uffici si taglia per recuperare efficienza. Il messaggio economico è chiaro: anche un marchio globale, quando i margini si assottigliano, deve scegliere dove mettere capitale e lavoro. E Starbucks ha scelto di spostarli dal centro amministrativo al punto vendita.
E infine chiudiamo con un altro marchio famosissimo: Swatch. Nel nostro articolo settimanale “Swatch, Audemars Piguet e l’economia della fila” abbiamo spiegato cosa sta dietro all’ultimo orologio prodotto da Swatch in collaborazione con il marchio di lusso Audemars Piguet. Le strategie di marketing che hanno portato decine di persone ad accamparsi per due giorni fuori dai negozi appaiono anche questa volta decisamente geniali.
Trovate qui gli articoli della settimana
Swatch, Audemars Piguet e l’economia della fila
Se vi siete persi gli articoli delle scorse settimane, eccoli:
Primo maggio: il lavoro che manca
Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026
Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Gli effetti concreti della guerra in Iran
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Swatch, Audemars Piguet e l’economia della fila
Primo maggio: il lavoro che manca
Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026
Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica
Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?
Gli effetti concreti della guerra in Iran
In attesa di quello che ci riserverà l’economia nella prossima settimana, vi auguro una splendida domenica!
Un caro abbraccio,
Amalia Mirante

















